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Questo articolo è stato pubblicato il 15 dicembre 2013 alle ore 17:04.
L'ultima modifica è del 16 dicembre 2013 alle ore 10:43.

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Un taglio secco di 85 miliardi. In poco meno di due anni. Anzi per l'esattezza in soli 21 mesi. Dalla fine del 2011 a settembre del 2013 le banche italiane hanno infatti ridotto di ben 85 miliardi i loro prestiti a imprese e famiglie. Su uno stock di crediti che a fine del 2011 valeva 1.500 miliardi vuol dire un calo di oltre il 5%. È in questi numeri la dimensione terribile del credit crunch che ha stretto in una morsa l'economia italiana e reso ancor più grave la recessione che ci ha accompagnati fino all'altro ieri.

Quel dimagrimento forzato indotto dall'esplosione delle sofferenze salite a ben 144 miliardi ha riguardato pressochè tutte le banche. Ma c'è chi ha stretto con più forza i cordoni della borsa e chi è riuscito a chiudere i rubinetti con meno vigore. Ecco banca per banca (tra le quotate italiane) chi ha lesinato di più il credito (vedi tabella).

Se la contrazione media è stata del 5%, Ubi banca ha stretto a tal punto il rubinetto da mostrare un calo del 9,9% dei prestiti. Il doppio della media italiana. Ubi banca aveva infatti un portafoglio crediti per 99,6 miliardi a fine del 2011 che è sceso a settembre del 2013 a 89,8 miliardi. Un taglio drastico per quasi 10 miliardi. Una drastica cura dimagrante ha riguardato il Banco di Sardegna che ha tagliato crediti per 761 milioni (-7,5% sul 2011).

Tra le piccole banche sulle stesse percentuali si colloca il Credito valtellinese che ha ridotto per un importo di 1,75 miliardi il suo monte prestiti che a fine del 2011 valeva 22,3 miliardi (-7,9%). Sopra la media nazionale ci sono anche due grandi banche. IntesaSanpaolo ha infatti limato di ben 27 miliardi il suo stock di crediti da 376 miliardi di fine 2011. A settembre 2013 il monte-prestiti alla clientela è sceso a 349 miliardi con un decremento del 7,2%.

Analogo trend per il Monte dei Paschi di Siena che ha visto scendere i prestiti alla clientela di ben 11 miliardi con un ridimensionamento del 7,5%. Trenta miliardi (o meglio 29,3) sono stati lasciati sul campo da Unicredit che oggi ha 526 miliardi di stock di crediti contro i 556 miliardi del 2011. Tagli invece sotto la media per Carige e Banca Etruria che hanno limato i crediti per "solo" il 3%. Tra le principali banche quotate le uniche in contro tendenza sono la Popolare di Sondrio e il Banco di Desio: le uniche ad aver invece incrementato i prestiti con percentuali positive intorno al 4%.

Ma mentre il credito langue le banche italiane hanno fatto incetto di BTp. La liquidità iniettata da Draghi a fine del 2011 è finita tutta lì. Lo stock di titoli in portafoglio è infatti salito di ben 190 miliardi dai 209 miliardi detenuti nel 2011 ai 399 in pancia alle banche italiane a oggi. Tutto l'aiuto a buon mercato della Bce è stato investito in attività finanziarie, niente all'economia reale.

Perché? Semplice. Le banche hanno sofferto il violento incremento delle sofferenze andate anch'esse al raddoppio. È il retaggio del credito degli anni d'oro a piene mani (e a volte a cattive mani basti pensare a Zaleski, Ligresti o Zunino) che fiacca ormai da anni i bilanci, dato che le perdite sui crediti malati erodono ormai la metà se non di più dei ricavi bancari. Ovvio che in questo contesto tutti (chi più chi meno) hanno chiuso i rubinetti e preferito mettere i soldi in attività più sicure e lucrose. Ma c'è un limite a tutto.

Molte banche hanno fatto acquisti strabilianti tanto da rendere certi istituti più delle grandi tesorerie che non delle normali banche che di mestiere erogano il credito. Qualche esempio? L'Etruria, recentemente bacchettata duramente dalla Vigilanza di Banca d'Italia, ha portato il portafoglio di titoli da 2,3 miliardi a 8,9 con un incremento record del 278%.

Tanto da avere oggi più della metà dell'attivo di bilancio impegnato in titoli e non in crediti. Uno sproposito. Il Credito Valtellinese segue copione analogo. I crediti sono fermi a quota 20,5 miliardi con una contrazione del 7% sul 2011, ma il bilancio della banca si è riempito di titoli di Stato, bond e altre attività finanziarie: a settembre 2013 il valore è salito 6 miliardi. Erano solo 3,6 miliardi a fine 2012 e 2,2 miliardi a fine 2011. I vicini di casa della Popolare di Sondrio li hanno imitati. In cassaforte hanno raddoppiato il pieno di BTp e altri titoli rispetto alla fine del 2011.

Il giro d'Italia non finisce certo qui. La Popolare dell'Emilia Romagna deteneva a giugno 2013 titoli per quasi 9 miliardi; ne possedeva solo 6 a fine del 2011. E il credito? Si è fermato. Seicento milioni in meno a imprese e famiglie nella prima parte di quest'anno. La più grande Ubi banca ha limato i prestiti di 9,8 miliardi dal 2011.

I soldi ha preferito investirli in BTp e altri titoli cresciuti di quasi 9 miliardi nello stesso arco di tempo. Anche il Banco Popolare ha finito per tagliare di 4 miliardi i prestiti, aumentando di 5 miliardi (a giugno del 2013) il suo investimento in BTp. Crediti sottozero, e BTp alle stelle. Ora il quadro con l'esame della Bce che probabilmente calcolerà anche i titoli di Stato nelle attività a rischio si complica.

Chi ha investito molto in titoli di Stato ha lucrato finora sul trading e ha anche fatto pluisvalenze implicite grazie al ribasso dello spred. Ma quel pieno così imponente rischia di divenire un problema nei prossimi stress test dell'Europa. E se tutti cominciassero a vendere c'è il rischio che lo spread torni a salire. A meno che il ritorno degli investitori esteri sul nostro debito pubblico non aiuti a compensare i flussi. Si vedrà.

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