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Questo articolo è stato pubblicato il 27 ottobre 2014 alle ore 16:38.

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La Banca popolare di Vicenza è tra gli istituti di credito italiano che non hanno superato il Comprehensive Assessment della Banca centrale europea. Ma la Banca d'Italia ha annunciato che la banca vicentina si è riuscita a salvare dalla bocciatura grazie a una misura sul capitale presa dopo il termine del 30 settembre scorso previsto dalla Bce per il suo esercizio contabile.

Sulla base dell'«irrevocabile conversione» di un bond di 253 milioni decisa da Bpvi sabato sera con un Cda d'emergenza convocato il giorno prima della comunicazione ufficiale dei risultati dell'esercizio europeo, Palazzo Koch ha calcolato che l'istituto vicentino sarà in grado di superare per il rotto della cuffia quel 5,5% di rapporto tra capitale utile e attività ponderate per il rischio che la Bce aveva stabilito come soglia minima in condizioni di stress.

In un suo comunicato l'istituto vicentino ha definito «positivo» l'esito dell'esame europeo, spiegando di aver colmato la propria «carenza tecnica grazie alle iniziative di capitale realizzate nel 2013 e 2014», inclusa la conversione del suddetto prestito obbligazionario.
A il Sole 24 Ore risulta invece che l'esercizio della Bce abbia fatto emergere criticità nell'aumento di capitale concluso pochi mesi fa dalla maggiore banca non quotata italiana.

La Bce ha infatti formalmente confutato i dati di quell'aumento. In particolare Francoforte ha contestato l'inclusione nel capitale utile ai fini del superamento dell'esame di un fondo destinato al riacquisto dalla clientela di azioni proprie collocate questa primavera.
E poiché il riscatto del bond che ha permesso all'istituto vicentino di cavarsela per un pelo sarà «regolato esclusivamente mediante la consegna di azioni» emerge anche la questione del prezzo di conversione di un titolo il cui valore viene da sempre deciso unilateralmente dallo stesso Cda.

L'affiorare di queste problematiche non sorprende Paolo Trentin, imprenditore di Schio attivo nel settore degli imballaggi e delle spedizioni. «Semmai mi sorprende che le modalità usate dalla Popolare di Vicenza per vendere i propri titoli non abbiano destato prima l'attenzione delle autorità», dice Trentin, la cui azienda di famiglia, aperta dal padre nel 1948, aveva il conto numero 1000 della Bpvi. «A noi sono ripetutamente venuti a offrire azioni dell'istituto in cambio di finanziamenti. Io mi sono rifiutato e dopo pochi mesi mi sono stati ridotti gli affidamenti».

Trentin è convinto che il suo non sia stato un episodio isolato. «La mia esperienza porta a pensare che non abbiano fatto così solo con le aziende. Questa primavera un mio dipendente aveva bisogno di un mutuo per l'ampliamento di casa, e quando lo ha chiesto si è sentito dire che se avesse comprato azioni della banca gli avrebbero dato un tasso di favore. Altrimenti il tasso sarebbe stato molto più alto».

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