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Questo articolo è stato pubblicato il 30 gennaio 2015 alle ore 17:27.

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Il nuovo premier mongolo, Saikhanbileg Chimed (afp)Il nuovo premier mongolo, Saikhanbileg Chimed (afp)

Come Madh e Lorenzo Fragola all’ultima edizione di X Factor. Anche le sorti di un gigante minerario come Rio Tinto - almeno in Mongolia - sono ora appese ai risultati di un text poll: una votazione popolare multimediale, via sms, Twitter e quant’altro.

Il nuovo premier mongolo, Saikhanbileg Chimed, un 46enne ex campione di sollevamento pesi, ha scelto questo metodo (finora inedito da parte delle istituzioni) per consultare i cittadini su come contrastare il rallentamento dell’economia: il Piano A prevede un giro di vite alla spesa pubblica, mentre il Piano B si fonda sull’agevolazione degli investimenti minerari da parte degli stranieri. Come l’australiana Rio Tinto, appunto, impegnata nello sviluppo di Oyu Tolgoi, letteralmente “la collina azzurra”:  un’enorme miniera di oro e rame scoperta oltre dieci anni fa, che da sola avrebbe la potenzialità di accrescere di un terzo il Pil della Mongolia, ma che per ora è sfruttata solo in minima parte, per via delle infinite dispute e lentezze burocratiche che hanno frenato i lavori.

Il via al televoto, come direbbero i conduttori televisivi, verrà dato domani. E la consultazione - ultima frontiera dei sondaggi in rete, tanto amati dai grillini nostrani - durerà quattro giorni. Il risultato del referendum virtuale, che non sarà vincolante, è piuttosto prevedibile: anche se in Mongolia ci sono state parecchie polemiche sul rischio di svendere le ricchezze minerarie a multinazionali straniere, sembra difficile che la maggioranza dei cittadini preferisca sacrificare il welfare, chiedendo al governo di stringere la cinghia.

È probabile che Chimed stesso si aspetti una valanga di voti a favore di una minore rigidità verso gli investimenti stranieri, in modo da forzare la mano agli oppositori politici e sbloccare l’impasse in cui si trova l’investimento di Rio Tinto. Oyu Tolgoi ha iniziato a produrre due anni fa, arrivando nel quarto trimestre a 50.300 tonnellate di rame e 278mila once di oro in concentrati: ottimi risultati, ma le potenzialità sarebbero ben più grandi se venisse autorizzata la seconda fase di sviluppo, che prevede scavi sotterranei: un investimento da 6 miliardi di dollari, che da tempo sta aspettando invano di ottenere via libera da Ulan Bator. L’urgenza di uscire dall’impasse si è fatta più pressante, con il crollo delle materie prime che spinge le minerarie a tagliare i costi all’osso e con le difficoltà crescenti dell’ecomomia mongola, che rallentato la crescita al 7%, dopo aver raggiunto in passato ritmi di sviluppo da record (addirittura +17,5% nel 2011).

twitter.com/Sissi Bellomo

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