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Voto plurimo, nessuna proroga

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Voto plurimo, nessuna proroga

Nessuna proroga per l’adozione, con maggioranza semplice, del voto plurimo introdotto dal decreto competitività. Ieri fonti del Mef hanno stoppato i rumors su un possibile allungamento del termine, scaduto il 31 gennaio, per far approvare dalle assemblee societarie, con una maggioranza semplice e non quella abituale dei due terzi, le modifiche statutarie necessarie a introdurre la cosiddetta “loyalty share”, cioè l’azione a voto maggiorato che, in deroga al al tradizionale principio “one share one vote” (un’azione un voto), consente di esprimere nelle assemblee degli azionisti (a seconda di quanto stabilito nello statuto) un voto superiore a uno ma non maggiore di due, a condizione però che uno stesso azionista sia titolare per almeno ventiquattro mesi dall’iscrizione di un apposito elenco. «È un risultato positivo per la corporate governance e per l’Italia», spiega al Sole 24 Ore Luigi Zingales, tra i promotori, insieme a un gruppo di economisti e collaboratori di questo giornale, di un lungo appello contro la possibilità di una proroga della scadenza fissata al 31 gennaio. «Il segnale che si darebbe agli investitori istituzionali, domestici e internazionali, sarebbe particolarmente negativo in sé e per le sue implicazioni», avevano sottolineato nel manifesto pubblicato il 18 gennaio scorso. Perplessità condivise anche da diversi investitori internazionali e messe poi nero su bianco in una missiva inviata anche al premier, Matteo Renzi, e al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.

Dominelli pagina 27