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Questo articolo è stato pubblicato il 04 marzo 2015 alle ore 06:50.
L'ultima modifica è del 04 marzo 2015 alle ore 09:56.

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(Ansa)(Ansa)

Dopo mesi di aggressive politiche di sconti, l’Arabia Saudita alzerà il prezzo di vendita del petrolio. E non poco. I listini di aprile per l’Asia e gli Stati Uniti indicano rincari di un dollaro e più al barile per tutte le qualità di greggio commercializzate da Saudi Aramco:  una variazione molto consistente rispetto agli standard, che potrebbe essere interpretata come segnale di un’inversione di tendenza sui mercati petroliferi.

Lo scorso novembre un brusco ribasso dei cosidetti Official Selling Prices (Osp) da parte dei sauditi era stato interpretato come l’avvio di una guerra dei prezzi. A confermare la teoria arrivarono in rapida successione analoghi sconti di listino da parte di Iran, Iraq e Kuwait. E alla fine del mese l’Opec decise di non modificare i tetti di produzione, mostrando di essere disposta a sacrificare le entrate pur di difendere le vendite, in un mercato reso ostile dai consumi deboli e dalla crescita prepotente dello shale oil americano. Le quotazioni del petrolio, già in calo da luglio, accelerarono la discesa fino a sprofondare a 45 dollari al barile all’inizio del 2015, un livello che non si toccava da sei anni e che segnava un ribasso di oltre il 60% rispetto al picco dell’estate scorsa.

Da qualche settimana il prezzo ha ripreso a salire, soprattutto nel caso del Brent, tornato a superare quota 60 dollari, una soglia che l’Arabia Saudita ha segnalato di apprezzare. O almeno questa è stata la chiave di lettura prevalente per i laconici commenti rilasciati la settimana scorsa da Ali Al Naimi:  «Il mercato è calmo, la domanda sta crescendo» ha detto il ministro del Petrolio saudita.

Anche il rincaro dei listini di Saudi Aramco risponde probabilmente alla percezione di un miglioramento della domanda. Gli Osp - che di recente sono entrati nel radar degli investitori, trasformandosi spesso in “market mover” - almeno in teoria non dovrebbero indirizzare il mercato, ma rispondere ai suoi cambiamenti. Il problema, come ha denunciato Adam Longson di Morgan Stanley, è che «c’è una chiara mancanza di comprensione del loro scopo». A complicarne l’intepretazione è anche la loro complessità. I listini in questione sono quelli per i contratti di fornitura di lungo termine delle raffinerie e gli adeguamenti che i sauditi e altri produttori comunicano ogni mese ai clienti riguardano il differenziale da sommare o sottrarre a un benchmark che a sua volta varia seguendo leggi di mercato: Riyadh ha scelto il Dubai-Oman per l’Asia, l’indice Asci per gli Usa e la media ponderata del Brent (Bwave) per l’Europa.

Che segnali un miglioramento della domanda o la fine della guerra dei prezzi, l’ultima mossa di Saudi Aramco sembrerebbe avere una valenza rialzista per i mercati petroliferi. Ma il barile non ha reagito con l’intensità che ci si sarebbe potuti aspettare: il Brent si è apprezzato del 2,5% a 61,02 $, il Wti dell’1,9% a 50,52 $, un aumento di prezzo che sembra moderato in una giornata come ieri, che ha registrato altre notizie rialziste. Tra queste, la dura opposizione a un accordo nucleare con l’Iran manifestata dal premier israeliano Benjamin Netanyahu e le fosche previsioni sulla produzione petrolifera russa espresse da Leonid Fedun, vicepresidente e azionista di controllo di Lukoil: Mosca potrebbe perdere 800mila barili al giorno entro la fine del 2016 per effetto dei prezzi bassi e delle sanzioni, perché «tutti gli operatori stanno riducendo le trivellazioni».

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