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Risparmio degli italiani, meno del 10% finisce all'economia reale…

capitali e ripresa

Risparmio degli italiani, meno del 10% finisce all'economia reale nazionale

Narra il luogo comune che in Italia gli investimenti per la crescita e lo sviluppo soffrano perché non ci sono i soldi. Perché le banche hanno ridotto i finanziamenti all'economia reale. Perché non ci sono capitali alternativi. Non è del tutto vero. In Italia le famiglie hanno 3.848 miliardi di euro di ricchezza finanziaria (che diventano 9.614 includendo gli immobili), l'industria del risparmio gestito ha 1.675 miliardi di euro da impiegare sui mercati, le assicurazioni 541 miliardi e i fondi pensione 126. In un Paese che vanta questi numeri, nonostante la lunga recessione, non si può dire che la ricchezza non ci sia.

Se anche le banche non sostengono più le imprese come una volta, i capitali “alternativi” da fare arrivare al sistema produttivo made in Italy dunque ci sarebbero. Il problema è che questi soldi sono mal distribuiti e, soprattutto, male investiti: di questa montagna di capitali, secondo un calcolo approssimativo elaborato dal Sole 24 Ore, molto meno del 10% va infatti a finanziare le imprese italiane e lo sviluppo economico. Tutto il resto finisce in titoli di Stato o all'estero: la ricchezza degli italiani, insomma, serve in minima parte a sostenere lo sviluppo dell'Italia. Anche se qualcosa, piano piano, inizia a cambiare.

Capitali senza sviluppo
Sono i numeri, seppur incompleti e in alcuni casi fermi al 2013, a parlare da soli. Partiamo dall'ultimo dato della Banca d'Italia sulla ricchezza delle famiglie: quella finanziaria, come detto, ammonta a 3.848 miliardi. Di questi, solo 60,3 miliardi sono investiti direttamente in azioni quotate in Borsa o in obbligazioni emesse da aziende: solo l'1,5% circa (escludendo i capitali che gli imprenditori mettono nelle proprie aziende) finisce dunque direttamente alle imprese. Il che è normale, dato che il “tesoretto” delle famiglie è impiegato in forme varie di risparmio gestito. Il problema è che anche il risparmio gestito e assicurativo finisce all'economia reale col contagocce. Le assicurazioni, secondo i dati Ivass, destinano per esempio pochi soldi all'economia produttiva italiana: del loro portafoglio titoli (pari a 541,8 miliardi di euro), solo il 12% circa va in azioni e obbligazioni aziendali.

Anche assumendo che la metà di questi titoli sia made in Italy (ed è una stima molto generosa), questo significa che dei 541 miliardi che le assicurazioni si trovano a gestire, solo il 6% serve a sostenere le imprese italiane. Non un grande sforzo.E i fondi pensione sono ancora più avari. Nell'ultima relazione annuale Covip si legge infatti che solo il 2,5% del loro patrimonio totale finisce in azioni oppure obbligazioni aziendali italiane. Nulla, se si pensa che - secondo i dati del Mefop - all'estero i fondi pensione investono mediamente il 46,5% del loro patrimonio in azioni della propria Borsa nazionale. Solo i fondi di private equity della Penisola mettono il 90% dei loro capitali in imprese italiane, ma si tratta di briciole: nel 2014 gli investimenti sono ammontati a 3,5 miliardi (dati Aifi).

Difficile invece capire quante fiches dei fondi comuni (che hanno in totale 735 miliardi) finiscano alle imprese italiane sotto forma di azioni o bond. Qualche stima si può fare sulla Borsa: secondo i dati di Factset, i fondi di diritto italiano hanno attualmente 14,4 miliardi (dato in dollari)a Piazza Affari. È vero che tanti fondi sono di diritto estero, ma anche sommando tutti i fondi internazionali (di matrice italiana e non) ci si ferma a 60 miliardi. Comunque poco.

Qualcosa si muove
Questo significa che il risparmio degli italiani serve poco all'Italia. Porta poco sviluppo vero, ma resta immobilizzato in titoli di Stato o finisce all'estero. È vero che gli investimenti vanno diversificati, nessuno lo nega. E che devono rendere. Ma basterebbe che solo un 2,5% aggiuntivo della ricchezza finanziaria delle famiglie finisse anche indirettamente (attraverso le assicurazioni o i fondi) al sistema produttivo italiano, che verrebbe colmato il “buco” creditizio causato dalla crisi: dal 2011 in Italia il credito bancario si è ridotto di 100 miliardi circa, cifra che corrisponde proprio al 2,5% della ricchezza delle famiglie. Insomma: basterebbe uno sforzo minimo per aiutare l'Italia a crescere.

Eppure, per motivi culturali (le imprese italiane sono spesso restie ad accettare investitori istituzionali), normativi (in Italia le aziende sono sempre state incentivate a indebitarsi in banca e gli investitori a comprare titoli di Stato) e storici, tutto questo non accade. Il mercato finanziario è atrofizzato e la ricchezza (che c'è) non finisce dove porterebbe benessere, sviluppo e nuova ricchezza (vera). Ma qualcosa sta cambiando. Da un lato perché i titoli di Stato ormai rendono zero: questo spinge gli investitori vari a dirottarsi anche verso la Borsa.

Dall'altro perché la legislazione italiana ed europea sta cercando di favorire la nascita di un canale alternativo a quello bancario per finanziare le imprese: lo dimostrano la legge sui mini-bond, alcune iniziative del Governo (come il programma «finanza per la crescita»), alcune mosse europee (per esempio l'accordo sui fondi a lungo termine “Eltif”, il piano Junker o il progetto per l'unione dei mercati dei capitali). Anche l'Ivass a fine 2014 ha varato un provvedimento per permettere alle assicurazioni di erogare credito diretto alle imprese. Ma il cammino sarà lungo.

m.longo@ilsole24ore.com
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