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Questo articolo è stato pubblicato il 29 maggio 2015 alle ore 07:25.

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(Corbis)(Corbis)

Il più grande fondo sovrano del mondo, quello norvegese, accelera l’addio al carbone: dal 1° gennaio 2016 uscirà da tutte le società che da questo combustibile ricavano il 30% del fatturato o il 30% dell’energia prodotta. Una svolta cruciale quest’ultima, perché per la prima volta la campagna contro le fonti fossili - che sta coinvolgendo un numero crescente di investitori in tutto il mondo - va a colpire non solo le minerarie ma anche le utilities.

Le dimensioni del fondo, che gestisce ben 916 miliardi di dollari, implicano che il contraccolpo potrebbe essere pesante: il ministero delle Finanze norvegese stima che verranno cedute partecipazioni in 50-75 società, per un valore di almeno 4,5 miliardi di dollari. Oslo è un azionista importante anche di molte imprese italiane, per la precisione 135 a fine 2014, e tra queste ci sono sei utilities, che tuttavia non dovrebbero finire nel mirino del provvedimento, che è stato approvato con una decisione bipartisan dalla commissione Finanza del Parlamento e dovrebbe ricevere via libera definitivo dall’aula il 5 giugno.

Norges Bank Investment Management (Nbim), che gestisce il fondo sovrano, possiede l’1,7% di Enel, che per un soffio dovrebbe scampare l’ostracismo: la società, che possiede tuttora parecchie centrali a carbone, fa sapere che la produzione di energia da questa fonte è scesa al 29 per cento. A maggior ragione dovrebbero essere “salve” le altre partecipate italiane del fondo: A2A, di cui i norvegesi hanno l’1,3%, che ha in portafoglio le centrali di Monfalcone e Brescia; Hera (1,1%), che punta a costruire la centrale a carbone di Saline Joniche in Calabria e possiede una quota di Tirreno Power (impianto di Vado Ligure); Iren (2%), anch’essa  socia di Tirreno Power. Oslo ha anche il 2,5% di Acea e lo 0,1% di Terni Energia.

Fuori dall’Italia sono a rischio le partecipazioni in Rwe, Eon, Sse, Vattenfall in Europa, oltre a quelle dell’americana Duke Energy, della cinese Shenhua Energy, dell’indiana Reliance Power e molte altre.

Paradossalmente non vengono toccati i big minerari, come Bhp Billiton e Rio Tinto, perché molto diversificati, e nemmeno il maggior produttore di carbone termico al mondo, Glencore: le attività di trading e la produzione di altre materie prime generano entrate sufficienti a diluire quelle derivate dal combustibile.

L’iniziativa norvegese viene tacciata di ipocrisia da alcuni osservatori anche perché Oslo è il maggior produttore europeo di petrolio e gas : proprio questi combustibili (fossili anch’essi) hanno generato la ricchezza custodita dal fondo sovrano. Boicottare il carbone, dicono i maligni, non può che favorire chi vende gas. Inoltre la Norvegia stessa estrae anche carbone, per di più nell’Artico, nell’arcipelago delle Svalbard.

La settimana scorsa un altro peso massimo degli investimenti, la compagnia di assicurazioni Axa, si è unita all’ormai folta schiera del partito anti-carbone, che conta molte università, fondi pensione e organizzazioni religiose : la società francese, che gestisce oltre 1.00 miliardi di dollari, ha annunciato che prima della fine dell’anno venderà asset nel carbone per 500 milioni ed entro il 2020 farà investimenti verdi per 3 miliardi.

In vista della Conferenza mondiale sul cambiamento climatico, che si terrà a dicembre a Parigi, sono sempre più numerose le società che cercano di influenzare il dibattito su come contrastare le emissioni di gas serra. Tra queste ci sono anche le compagnie petrolifere: proprio ieri nella capitale francese si è riunita l’Oil and Gas Climate Initiative (Ogci), nuovo organismo di cui fa parte l’Eni con Bp, Shell, Bg Group, Total, Saudi Aramco, Pemex e Sinopec. Il gruppo, responsabile di un sesto della produzione mondiale di petrolio e gas, pubblicherà in tempo per il Cop21 il suo primo report, con le strategie per migliorare la gestione delle emissioni ed «evolvere verso un’energia a minor contenuto di carbonio».

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