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Cina, sospeso il blocco automatico degli scambi: l’Europa limita…

la gIORNATA DEI MERCATI

Cina, sospeso il blocco automatico degli scambi: l’Europa limita i danni, Wall Street -2,4%

Le Borse europee hanno accusato un forte calo per gran parte della giornata ma nel finale di seduta hanno messo a segno un buon recupero dopo l’intervento delle autorità cinesi. Wall Street già debole in avvio (-1,5%), ha invece chiuso nettamente in negativo: Dow Jones -2,32% a 16.514,77 punti, Nasdaq -3,03% a 4.689,43 punti, S&P 500 -2,4% a 1.943 punti. A rendere appena un po’ meno nero l’umore degli investitori è stata la decisione dell’Autorità cinese che vigila sui mercati di sospendere da venerdì il sistema che blocca automaticamente gli scambi in Borsa quando si verificano eccessivi rialzi o ribassi.

Un meccanismo, noto come «circuit breaker», entrato in azione due volte questa settimana, lunedì e oggi, provocando la chiusura anticipata dei mercati di Shanghai e Shenzen quando perdevano più del 7 per cento. Sistema che, per stessa ammissione delle autorità cinesi, non ha funzionato come previsto, aumentando la volatilità invece di ridurla e che quindi è stato sospeso. Così Piazza Affari, dopo aver a lungo perso più del 2%, ha chiuso in calo dell’1,14 per cento. Più pesanti Francoforte (-2,29%), Londra (-2,05%) e Parigi (-1,7%).

A Milano in evidenza i titoli del lusso, che venivano da giornate complicate, con Ferragamo (+2,5%) e Yoox (+2%) e quelli delle utility in scia al settore europeo: A2A recupera l'1,1% ed Enel Green Power lo 0,7%. Forti vendite invece sulle banche, su Buzzi (-4,1%) e sull'auto con Fca e Ferrari in ribasso del 3,2%. Eni (-0,8%) risale nel finale parallelamente al recupero del greggio.

Gli investitori, prima dell’intervento cinese, avevano reagito all’ennesimo flusso di notizie negative in arrivo dalla Cina. In nottata infatti, per la seconda volta in una settimana, i listini del Paese del Dragone sono stati bloccati da Pechino a causa dell’ eccesso di ribasso. I mercati di Shanghai e Shenzhen hanno rimandato a domani gli scambi, segnando un calo di giornata rispettivamente del 7,3% e di oltre l’8%. Tokyo, dal canto suo, ha chiuso in calo del 2,3%. A fronte di un simile contesto, soprattutto con una Fed che ha iniziato un percorso di stretta della politica monetaria, si capisce il perché delle reazioni dei listini di oggi.

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Il tonfo del petrolio (che poi recupera)
Peraltro, il clima di pessimismo è stato accentuato anche dal prezzo del petrolio. Il Brent, dopo avere toccato ieri il valore più basso degli ultimi 11 anni, è ulteriormente calato. In giornata il barile del Mare del Nord è sceso fino a 32,7 dollari. Il Wti, dal canto suo, viaggia a quota 32,69, ai minimi dal 2004. Si tratta di una duplice dinamica che, a ben vedere, trova le sue cause nei temi caldi di questi giorni. In primis, rileva l’ulteriore svalutazione dello yuan. La mossa, inevitabilmente, viene interpretata quale segnale della debolezza dell’economia di Pechino. Cioè: da un lato gli operatori pensano che la frenata della Cina sia in realtà più pronunciata di quanto raccontano i già deludenti indicatori ufficiali; e, dall’altro, il rallentameno della congiuntura induce a ipotizzare il calo di domanda, a livello globale, della commodity che poi incide negativamente sui prezzi. Nel pomeriggio, dopo l’intervento cinese, il petrolio ha azzerato le perdite ma resta debole.

La disputa tra Iran e Arabia Saudita
Oltre a questo c’è poi lo scontro, per adesso solamente politico, tra Iran e Arabia Saudita. Dopo l’esecuzione, lo scorso 2 gennaio, del leader sciita Nimr al-Nimr ad opera di Riad le posizioni dei due importanti membri dell’Opec si sono allontanate. Una situazione che, ovviamente, crea problemi in un mercato del petrolio già caratterizzato dalla battaglia dei prezzi. Non va dimenticato, infatti, che da diverso tempo è in atto un duro scontro tra i diversi Stati produttori. L’Arabia Saudita ad esempio, primo produttore al mondo con 10,15 milioni di barili al giorno, non ha mai accennato alla riduzione del proprio output. Una strategia chiaramente volta a conquistare quote di mercato a scapito dei concorrenti quali, tra gli altri, le società di shale oil statunitensi. L’obiettivo è, attraverso il calo dei prezzi, quello di rendere insostenibile il business a questi soggetti e, quindi, riaffermare la propria posizione nel mondo del petrolio. Sennonchè si pone un dubbio: il rischio è che la situazione sfugga di mano agli stessi sauditi.

Se la Fed non dà una mano
Ma non è solamente una questione macroeconomica o geopolitica. Altro aspetto da tenere in considerazione è, per l’appunto, la modifica della politica monetaria della Fed. Gli investitori sanno di non avere più completamente le spalle coperte. Non solo: intuiscono che l’efficacia della liquidità-senza-limiti va diminuendo. Così danno maggiore importanza, rispetto al passato, alle variabili macroeconomiche e geopolitiche. Certo, rimane in piedi il Qe rafforzato della Bce. E, tuttavia, la percezione è di un contesto in cui la liquidità non è più così scontata. Analogamente alla fiducia sulla capacità della Banca del Popolo di Pechino di riuscire a gestire la crisi. Anche questo aspetto fa aumentare il nervosismo sui mercati dell’Occidente.

Detto del mondo azionario, quale l’andamento di quello del reddito fisso? Qui la situazione è più calma. Il BTp decennale viaggia sul rendimento dell’1,5% con lo spread sul Bund intorno a 100 punti base. Il tasso del Bonos, invece, è all’1,68% con la differenza di rendimento sul titolo di Stato tedesco che è a circa 119 basis point.

L’euro, dal canto suo, scambia più o meno in linea con le quotazioni di ieri: la divisa di Eurolandia viaggia a 1,08 verso il dollaro.

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