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«Industria del risparmio cresciuta del 50%»

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«Industria del risparmio cresciuta del 50%»

  • –Isabella Della Valle

È in dirittura d’arrivo il mandato triennale di Giordano Lombardo alla presidenza di Assogestioni. A metà marzo ci sarà l’assemblea annuale dell’associazione in cui verranno rinnovati gli organi. Sono stati tre anni in cui l’industria del risparmio è cresciuta molto, favorita anche dall’andamento positivo dei mercati e e dal basso livello dei tassi d’interesse. Le sfide però sono ancora tante.

Presidente Lombardo che bilancio traccia del suo mandato?

Partirei ricordando innanzitutto l’espansione dell’industria: solo negli ultimi due anni sono stati raccolti 280 miliardi. Circa il 50% della crescita complessiva del patrimonio dal 2013 è da ricondurre a nuove masse gestite, ma l’altra metà è legata alla crescita di quelle masse che avevamo già in gestione. Questo significa che i risparmiatori italiani hanno avuto fiducia in noi, ma anche che i loro risparmi sono stati affidati in buone mani. Inoltre, in questi anni, abbiamo assistito anche a una crescita qualitativa, con un passaggio verso prodotti più sofisticati Non solo. Sono stati fatti passi importanti anche nel collegamento tra risparmio gestito e finanziamento all’economia reale, grazie all’innovazione di prodotto.

MILANO

Vale a dire?

Dopo l’entrata in vigore della direttiva Aifm sono nate le Sicaf cioè i fondi chiusi a capitale fisso, uno degli strumenti per canalizzare risorse verso pmi e progetti strutturali. Con i decreti legislativi a inizio 2015, inoltre, c’è stata la nascita dei fondi di credito e dei fondi che investono in minibond, altri prodotti ad hoc per fornire credito alle pmi. Anche gli Eltif, diventati realtà a fine 2015, rappresentano un potenziale strumento importante con orizzonte temporale più lungo a sostegno dell’economia reale.

E adesso quali sono le sfide ancora aperte?

Ora l’ulteriore fase di crescita del Paese sul risparmio gestito deve toccare il tema previdenziale dove c’è un potenziale è enorme. Mi riferisco in particolare al terzo pilastro la cui crescita è collegata agli strumenti di cui di cui parlavo prima. Abbiamo partecipato all’elaborazione del Green Paper della comunità europea per la creazione della Capital Market Union dove si fa riferimento al fondo pensione europeo. Ecco, penso sia questa la bandiera che l’industria italiana ed europea del risparmio gestito debbano portare avanti; la portabilità del fondo pensione individuale svilupperà non solo industria nazionale ma risponderà a esigenze di movimento dei lavoratori per tutta l’area comunitaria.

Qual è l’obiettivo?

Creare uno standard a livello europeo per il terzo pilastro, così come la Ucits lo è per i fondi. Negli Stati Uniti i fondi pensione individuali sono stati aiutati dalla standardizzazione e dalla semplicità dello strumento. Ci sono poi i principi di stewardship approvati l’anno scorso con l’obiettivo di rafforzare i rapporti tra Sgr e emittenti sotto il profilo della corporate governance. Infatti parte integrante dell’attività di gestione è anche un rapporto “attivo” e costruttivo con le imprese in cui investiamo, sotto il profilo dell’obiettivo comune di incrementare il valore attraverso la forza dei modelli di business ma anche della buona governance.

C’è qualcosa che avrebbe voluto fare e che non ha fatto?

Tra i cantieri che restano aperti e che porterà avanti la futura presidenza c’è sicuramente la tassazione delle rendite per creare un allineamento del trattamento fiscale dell’investimento di lungo periodo con quello europeo. Non possiamo avere fondo pensione europeo, se aliquote e pagamenti avvengono in fase diverse a seconda del paese: è un vincolo alla portabilità. Una tassazione diversa non aiuta a incentivare la raccolta di lungo periodo e il 60% delle famiglie italiane deve ancora avvicinarsi a strumenti di risparmio a lungo periodo. Modulare le aliquote fiscali in funzione alla lunghezza del periodo è un incentivo importante per incentivare chi ancora non si è rivolto affatto al risparmio gestito. Questa riflessione va fatta. Non ha impatto sul gestito in termini di costi e aumenta la capacità di risparmio del Paese e, quindi, sul piano macro, la possibilità di investire le risorse.

Perché non si ricandida?

L’esperienza di presiedere Assogestioni è, allo stesso tempo, affascinante e impegnativa, ma soprattutto ritengo che debba essere un’esperienza collettiva che veda la collaborazione di tutte le società presenti negli organismi di direzione. Pertanto il mio impegno in Assogestioni continuerà, anche se in maniera diversa sotto il profilo dell’incarico personale, ma non minore quanto ad entusiasmo e passione.

Come vede il futuro dell’industria?

L’industria è cresciuta anche grazie a mercati favorevoli e discesa storica dei tassi d’interesse trentennale. Ora il quadro è cambiato, siamo di fronte a uno scenario di tassi negativi in tanti paesi europei e di crescita economica molto bassa che mette sotto pressione gli utili aziendali. Difficilmente avremo ritorni dei listini comparabili con quelli che abbiamo visto in questi anni. La sfida nei prossimi 5-10 anni è diversa. L’industria ha bisogno di ripensarsi per confermare i successi ottenuti. Per esempio, continuare a misurare il successo rispetto al benchmark potrebbe rischiare di essere scollegato dalle realtà economiche sottostanti. Già negli ultimi anni sono nati prodotti target che non puntano a battere un indice ma hanno come missione raggiungere un obiettivo, come proteggere capitale, distribuire delle cedole, essere scollegati dai mercati. Sempre di più in futuro questo trend dovrebbe essere l’obiettivo dell’industria: soluzioni per dare risultati misurati rispetto ad una realtà economica concreta, invece che rispetto al puro andamento dei mercati.

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