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Rischio di esplosione per la «bolla» cinese delle materie prime

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Rischio di esplosione per la «bolla» cinese delle materie prime

Da Toro a Orso nel giro di un mese. La bolla delle materie prime in Cina si sta sgonfiando in fretta, forse troppo in fretta per non sollevare preoccupazioni. Per l’acciaio e il minerale di ferro, epicentro delle speculazioni, il ribasso rispetto ai picchi di prezzo di fine aprile sfiora ormai il 30 per cento. E il numero di posizioni aperte, che era diminuito dopo il giro di vite delle autorità di mercato, questa settimana è tornato a salire: segno probabilmente che si sta tornando a scommettere sui futures, stavolta non più in chiave rialzista, ma ribassista.

Gli speculatori avrebbero insomma cominciato ad «andare corti», come si dice in gergo tecnico, un fenomeno che - se dovesse acquistare forza - potrebbe provocare un crollo disordinato dei prezzi, un po’ come era accaduto l’anno scorso con l’esplosione della bolla sui listini azionari cinesi, che cancellò oltre 5mila miliardi di dollari di capitalizzazione provocando serie ripercussioni sui mercati globali.

Anche con le materie prime ci sarebbe qualche primo segnale di contagio: secondo la Reuters i forti ribassi degli oli vegetali in Cina ieri sono stati all’origine del calo del 2% dei future sull’olio di palma in Malaysia, mentre la debolezza dei cereali si starebbe ripercuotendo sulle quotazioni al Chicago Board of Trade e quella dei metalli sull’andamento del London Metal Exchange (su cui peraltro sono attivi diversi hedge funds cinesi).

Dalla Cina, secondo Citigroup, possono derivare «numerosi pericoli per la stabilità dei prezzi globali delle commodities», poiché i suoi mercati sono meno regolati, hanno minori tutele per gli investitori e sono «forse i più speculativi del mondo».

Scottata dal crollo delle borse azionarie, la China Securities Regulatory Commission (Csrc) - l’equivalente cinese della Consob - ha agito con decisione per «evitare che il mercato dei futures diventi un ricettacolo di speculatori di breve termine» (si veda il Sole 24 Ore del 30 aprile). Seguendo le sue indicazioni le principali borse delle materie prime, quelle di Shanghai, Dalian e Zhengzhou, hanno aumentato più volte i costi di negoziazione e i depositi di garanzia. La Dalian Commodities Exchange ha temporanemente vietato ad almeno 13 investitori di aprire nuove posizioni, più di 200 sono stati diffidati dal violare le regole.

Le misure e i controlli adottati hanno avuto l’effetto di sgonfiare i volumi di scambio, che erano letteralmente impazziti. Al culmine del rally, in un solo giorno erano passati di mano contratti sul minerale di ferro equivalenti a più di un anno di importazioni cinesi e futures sul cotone per una quantità sufficiente a fabbricare un paio di jeans per ogni abitante del pianeta.

A differenza che in Occidente, in Cina i mercati dei futures - benché molto rischiosi - sono direttamente accessibili anche ai piccoli risparmiatori, che possono operare online a costi molto contenuti. Una parte di questi si è probabilmente allontanata, almeno temporaneamente, dal mercato. Ma è probabile che qualcuno stia già ritornando, tentato dalla possibilità di guadagnare con scommesse al ribasso. Inoltre l’industria dei fondi di investimento, compresi quelli guidati da algoritmi, si sta sviluppando molto rapidamente nel Paese.

Le autorità forse possono ancora riuscire a contenere i rischi. Ma gli ultimi sviluppi invitano alla cautela: la settimana appena conclusa è stata la peggiore dal 2009 per la vergella di acciaio a Shanghai, con un ribasso del 12% per il contratto più scambiato. Solo il 21 aprile il prezzo era ai massimi da 19 mesi, dopo un rialzo dell’80% rispetto a dicembre.

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