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Credit Suisse Ag verso il pagamento di 100 milioni al Fisco italiano

Il contenzioso

Credit Suisse Ag verso il pagamento di 100 milioni al Fisco italiano

Reuters
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Credit Suisse Ag avrebbe accettato di pagare imposte per circa 100 milioni di euro al Fisco italiano per chiudere un contenzioso aperto in seguito a un accertamento fiscale che due anni fa ha dato avvio a un’indagine senza precedenti della procura della Repubblica di Milano. Al centro dell’inchiesta ci sono 13mila presunti evasori fiscali che avrebbero portato all'estero 14 miliardi di euro utilizzando finte polizze vita alle Bermuda. Per la chiusura vera e propria della trattativa mancherebbero soltanto gli ultimi atti formali, come l’adesione all’accertamento dell’Agenzia delle Entrate e il versamento della somma, ma - salvo contrattempi dell’ultim’ora - la vicenda appare in via di definizione. L’accordo tra il Fisco e il Credit Suisse Ag dovrebbe avere come effetto l’invio dell’atto di conclusione dell’indagine penale propedeutica alla richiesta di rinvio a giudizio o all’archiviazione del gruppo bancario elvetico. Secondo fonti legali, l’accordo avrebbe il via libera della procura di Milano. Nessun commento ufficiale, invece, dal Credit Suisse Ag. La vicenda delle polizze assicurative riguarda la casa madre Credit Suisse Ag, mentre né Credit Suisse Italy né la filiale di Milano di Credit Suisse Life e Pension sono coinvolte.

Dopo i 318 milioni di euro incassati nel dicembre 2015 dalla Apple, la procura di Milano mette a segno un altro risultato nella strategia inaugurata dal procuratore della Repubblica, Francesco Greco, per consentire allo Stato di rientrare in possesso del denaro sottratto al Fisco dalle multinazionali del web e dalle grandi banche coinvolte nel fenomeno del “turismo fiscale”.

A Milano indagine per riciclaggio

A Milano il Credit Suisse Ag di Zurigo è indagato per riciclaggio sulla base del decreto legislativo 231 sulla responsabilità amministrativa delle imprese, in seguito a una perquisizione svolta dagli uomini del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Milano, guidato dal colonnello Vito Giordano, avvenuta nel dicembre 2014 negli uffici del Credit Suisse a pochi passi dal Duomo. In quella occasione, nel computer di un gestore furono trovati i file relativi alle migliaia di clienti italiani del Credit Suisse. Documenti che non avrebbero dovuto trovarsi nella sede milanese della banca ma che inspiegabilmente si trovavano in territorio italiano.
L'inchiesta ha fatto partire ulteriori accertamenti della Guardia di Finanza e dell'Agenzia delle Entrate, che hanno chiesto conto ai clienti del Credit Suisse dell'origine dei fondi depositati nei conti all'estero o nelle polizze vita delle Bermuda.
L'indagine, coordinata fin dall'inizio dal procuratore della Repubblica, viene seguita dal pm Gaetano Ruta, che ipotizza a vario titolo i reati di frode fiscale, riciclaggio, ostacolo all'attività di vigilanza e abusivismo finanziario. La ricostruzione dei meccanismi attraverso i quali era portata avanti la presunta frode fiscale è stata realizzata grazie alla consulenza tecnica del Nucleo di Banca d'Italia a supporto della procura, coordinato da Nicola Mainieri.
Con 1.260 miliardi di euro di attivi, il Credit Suisse è (secondo i dati di Mediobanca) uno dei primi 20 istituti di credito del mondo. Ecco il motivo del numero così elevato di clienti italiani finiti nella lista dell'inchiesta.

Le indagini hanno potuto accertare che circa la metà dei 13mila italiani coinvolti ha aderito alla voluntary disclosure mettendosi in regola almeno dal punto di vista fiscale: l'esistenza dell'inchiesta dei magistrati milanesi era infatti nota prima della scadenza per l’adesione alla sanatoria e i correntisti hanno avuto tutto il tempo di valutare l'opportunità di sanare la loro posizione.

Le finte polizze vita alle Bermuda

Dopo la perquisizione gli investigatori della Guardia di Finanza e della Banca d'Italia hanno scoperto che una parte dei 14 miliardi depositati all'estero erano stati dirottati in polizze vita definite dagli investigatori «di copertura». Si tratterebbe di circa 8 miliardi di euro investiti da quattromila italiani in polizze unit linked del Credit Suisse Life & Pension Aktiengesellschaft (Cslp). Il meccanismo utilizzato era semplice e collaudato. I gestori del Credit Suisse facevano sottoscrivere ai clienti italiani le polizze che venivano vendute attraverso due società domiciliate in Liechtenstein e alle Bermuda. Le due società, poi, retrocedevano tutte le somme al Credit Suisse ed era la banca svizzera a occuparsi della gestione totale dei fondi. Analizzando le migliaia di email rintracciate nei server del Credit Suisse, gli investigatori hanno ipotizzato che le polizze sarebbero servite per far rientrare soldi non dichiarati dall'estero. Insomma, finti strumenti finanziari.
Le polizze vita prevedono normalmente una serie di condizioni che il cliente deve sottoscrivere, come per esempio l'impossibilità di recedere dal contratto (e riottenere così la disponibilità dei fondi) per un certo periodo di tempo e l'impossibilità di decidere in che modo investire la somma vincolata. Ma nel caso del Credit Suisse queste condizioni non sarebbero state rispettate, almeno secondo quanto sarebbe emerso dal materiale sequestrato. I clienti potevano interrompere la polizza senza pagare commissioni o con commissioni molto basse. I fondi, inoltre, sarebbero rimasti, di fatto, nella disponibilità dei clienti della banca.
Le cifre immobilizzate dai titolari italiani nelle unit linked erano di solito superiori ai 5 milioni di euro. Un'altra anomalia che sarebbe emersa dalle indagini è che non erano previste riserve in caso di morte. Ai sottoscrittori, inoltre, venivano concessi anticipi su pegni.

Il manuale anti-Fisco in 20 punti

Dalle perquisizioni era anche spuntato una sorta di manuale in 20 punti con gli accorgimenti che i gestori della banca dovevano seguire per evitare di destare sospetti nelle autorità fiscali e giudiziarie quando incontravano i clienti in Italia. Il “decalogo” consigliava ai banchieri di non dormire nello stesso hotel per più giorni, di non portare con sé tablet e personal computer, di azzerare la rubrica del cellulare e di andare all'estero facendo finta di partecipare a eventi culturali, sportivi o turistici. Regole efficaci per mimetizzarsi e non rivelare la loro attività.
Credit Suisse, in una dichiarazione di un portavoce, si era limitata ad affermare che le sue «attività con clienti privati sono sistematicamente concentrate su patrimoni dichiarati» aggiungendo che il gruppo ha «chiare regole interne e processi per assicurare che si conduca il lavoro in accordo alle leggi in vigore in Italia. In relazione alla “voluntary disclosure” approvata dal governo italiano nel 2014, Credit Suisse ha immediatamente chiesto ai propri clienti di fornire prove per dimostrare di essere in regola dal punto di vista fiscale. Questo processo è stato virtualmente concluso».

L'indagine penale in Svizzera

Ma intanto il Credi Suisse Ag è indagato anche in Svizzera. La procura di Lugano ha avviato indagini per violazione del segreto bancario, spionaggio economico, violazione dell'obbligo di discrezione e del segreto commerciale. L'inchiesta del ministero pubblico del Canton Ticino è scattata in seguito alle denunce penali presentate da quattro clienti della banca coinvolti nella maxi-indagine della procura di Milano
I clienti hanno chiesto ai magistrati ticinesi di appurare come mai i nomi dei 13mila clienti del Credit Suisse si trovavano in Italia. La maggioranza dei 13mila nominativi, infatti, aveva sottoscritto polizze assicurative con il Credit Suisse Life (Bermuda) Ltd presso la sede del Credit Suisse di Lugano o di Chiasso. I nomi, dunque, dovevano essere custoditi in Svizzera e non in Italia. L'Agenzia delle Entrate, inoltre, ha avviato accertamenti fiscali anche su contribuenti italiani che avevano conti non dichiarati nella filiale di Zurigo del Credit Suisse e che non hanno mai avuto rapporti né con la sede italiana della banca elvetica né con gestori che operano in Italia. Ed è dunque un mistero la loro presenza nella lista italiana.
«I clienti lamentano la violazione del segreto bancario, dell'obbligo di discrezione, oltre che l'ipotesi di spionaggio economico», aveva spiegato l'avvocato Emanuele Verda, che assiste diversi clienti del Credit Suisse sia sul fronte penale sia su quello civile, chiamando in causa la banca anche per quanto riguarda la responsabilità penale dell'impresa. Il legale ha anche chiesto una rogatoria internazionale per acquisire il fascicolo milanese.

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