Finanza & Mercati

Le armi spuntate del Cartello (e soprattutto di Riad)

L'Analisi|l’analisi

Le armi spuntate del Cartello (e soprattutto di Riad)

Le voci di un accordo al Vertice Opec sono state confermate. I prezzi del petrolio stanno reagendo con un grande balzo in avanti. Perfino la Russia sembra aver fatto marcia indietro. Tutto sembra procedere come si auguravano i plenipotenziari del petrolio, in prima linea i sauditi. Eppure, al di là del grande rialzo delle quotazioni, scattato sull'onda dell'euforia, sui mercati del petrolio non pochi operatori si pongono ancora la stessa domanda: chi garantisce che, come altre volte, l’accordo non rimanga lettera morta?

La caduta delle quotazioni petrolifere avvenuta ieri ha riflesso con efficacia lo scetticismo che prevale sui mercati. D'altronde i precedenti non depongono a favore dell'Opec. Innanzitutto perché la mancanza di disciplina nel rispettare i tetti produttivi è forse il punto più vulnerabile del Cartello. In secondo luogo perché, comunque vada, restano ancora troppi nodi da sciogliere. E su alcuni punti l'Opec non esercita alcuna influenza. Non è peraltro indifferente che, in un periodo in cui i produttori esterni al Cartello hanno ripreso a estrarre di più, la riduzione produttiva vista fino a poche settimane fa come la panacea di tutti i mali potrebbe avere un effetto limitato.

Uno dei maggiori ostacoli sembrava la posizione della Russia. Nei giorni precedenti il vertice di Vienna, Mosca ha ribadito che non si allineerà ad alcun taglio produttivo. Piuttosto opterà per un congelamento ai livelli attuali. Quasi una provocazione. Perché la produzione russa sta viaggiando a livelli record, che non si vedevano dai tempi dell'Unione Sovietica. Il contributo di Mosca, potenza petrolifera esterna all'Opec, per ridurre l'attuale eccesso di offerta è di fatto nullo. Oggi, sembra che ci abbia ripensato. Se i Paesi Opec decideranno un taglio della produzione, la Russia potrebbe fare altrettanto. Ma attenzione, è una voce non ufficiale. Ed occorre sempre prudenza quando si tratta di valutare gli impegni russi in campo energetico. Nel dicembre del 2008 - durante il vertice Opec di Orano, dove venne deliberato l’ultimo taglio produttivo - Mosca si impegnò a ridurre la produzione di 400mila barili al giorno. Ma al suo annuncio non seguì alcuna iniziativa.

Senza contare che in questo periodo altri produttori esterni all’Opec puntano perfino a incrementare l’estrazione. Se poi ci si addentra nell’intricata tela dei rapporti tra i membri dell’Opec, fino a ieri i dissensi erano ingombranti. Iran e Iraq non intendono adeguarsi a un taglio. Al limite - questa la loro proposta - l’Iraq congelerà la sua estrazione - peraltro a livelli record - e l’Iran intenderebbe aumentarla fino a riconquistare la sua quota di mercato - mutilata negli anni delle sanzioni - e poi potrebbe congelarla all’inizio del 2017. Queste le posizioni espresse fino a ieri sera, prima del riavvicinamento di oggi.

Per evitare di perdere la faccia, il Cartello ha finalizzato all’ultimo un accordo. Potrebbe essere credible, potrebbe essere posticcio, pieno di incognite. Ma pur sempre un accordo. Però resta un dato di fatto. Al contrario di altre volte, la linea saudita fatica a fare presa. Sia all’interno del Cartello, sia all’esterno. Che Mosca e Riad abbiano interessi geopolitici divergenti, se non opposti, è risaputo. D’altronde le loro relazioni non sono mai state idilliache. Riad, tuttavia, non vuole cedere sulla politica dei tagli. Al di là di Libia e Nigeria, Paesi in evidenti difficoltà produttive e perciò esentati dai tagli, la linea è la stessa perseguita da mesi: o tutti o nessuno.

Riad non sta attraversando un periodo facile. I suoi budget sono in crescente deficit. E per colmarli sta attingendo alle sue grandi riserve valutarie, che tuttavia si stanno erodendo troppo in fretta. Complice il suo sistema di contratti decisamente poco flessibile, nei primi 10 mesi ha perso quote di mercato nel sempre più strategico mercato dell’Asia. In Cina è stata la Russia ad approfittarne, divenendo primo fornitore di Pechino. In India sono stati Iraq, Iran e Angola, tutti più inclini a vendere sul mercato spot. Se Riad tagliasse l’estrazione, senza che altri produttori la seguano, la sua quota di mercato si ridurrebbe ulteriormente. Un simile ragionamento deve aver fatto breccia nella mente del ministro dell’Energia, Khalid al-Falih. Perché la sua dichiarazione - domenica - appare in controtendenza ai disegni che Riad cerca di realizzare da un anno. «Ci aspettiamo una domanda incoraggiante nel 2017 e il mercato ritroverà un equilibrio anche senza interventi dall’Opec. Non penso che i vertici dell’Opec abbiano un solo percorso tracciato, ossia tagliare la produzione. Penso che mantenerla ai livelli attuali sarebbe giustificabile».

Da tempo l’Opec pare prigioniera di un dilemma. Le cui soluzioni non sono comunque molto favorevoli. Se i prezzi salissero, a beneficiarne sarebbe prima di tutti l’industria americana dello shale oil. Che ha costi di produzione decisamente più alti, ma che è stata capace di resistere alle basse quotazioni degli ultimi due anni e sarebbe pronta a crescere se il barile tornasse intorno ai 55 dollari. O forse anche meno. Ma se il barile cadesse sotto i 40 dollari sarebbero guai per tutti i Paesi Opec, da sempre petro-dipendenti.

C’è un altro fattore da non trascurare: Donald Trump. Il neopresidente Usa ha da tempo illustrato il suo ambiziosissimo progetto: rendere gli Stati Uniti energeticamente indipendenti. La sua agenda passa per un deciso alleggerimento delle restrizioni all’industria dei combustibili fossili. Mossa che si ripercuoterebbe positivamente sull’industria dello shale oil. Certo un taglio dell’Opec, e una risalita dei prezzi petroliferi, farebbe comodo a Trump. L’Opec ne è consapevole. Ma contro l’industria dello shale oil pare davvero avere le armi spuntate.

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