Finanza & Mercati

La svolta all’Opec frutto del lavoro «dietro le quinte» del…

il retroscena

La svolta all’Opec frutto del lavoro «dietro le quinte» del ministro algerino

«Duro lavoro, energia e dedizione». È l’Opec stessa a svelare, per bocca del suo presidente di turno, la ricetta che ha permesso di ricompattare il gruppo, portandolo al primo taglio della produzione di petrolio da otto anni. Nel discorso di apertura del vertice, insolitamente lungo e dettagliato, il qatarino Mohammed Al Sada, ha ricordato l’«eccellente lavoro» del Comitato di alto livello, istituito due mesi fa ad Algeri per studiare l’applicazione pratica del piano di riduzione dell’output, l’intenso lavoro diplomatico del segretario generale dell’Opec, Mohammed Barkindo, le «estese consultazioni bilaterali e multilaterali, attraverso paesi e continenti, tra ministri e capi di Stato».

«La strada del successo non è sempre facile da percorrere - conclude Al Sada - ma come abbiamo mostrato negli ultimi mesi, con duro lavoro, energia e dedizione da parte di tutti noi, possiamo superare sfide e ostacoli grazie alla cooperazione e al compromesso».

Tutti - o quasi tutti - i paesi dell’Opec hanno dovuto sacrificare qualcosa per arrivare al traguardo di un’azione comune, che fosse possibile vendere al mercato come credibile e incisiva (a prescindere dal fatto che lo sia davvero). Il merito di aver saputo riallineare le posizioni - che in qualche fase della trattativa sono apparse lontanissime se non addirittura inconciliabili - va in gran parte al ministro algerino dell’Energia, Noureddine Bouterfa, rivelatosi un vero artista della mediazione.

Era stato Bouterfa, allora padrone di casa, a realizzare a fine settembre il «miracolo» degli accordi di Algeri, in cui l’Opec - contro ogni pronostico del mercato - aveva stabilito un obiettivo di riduzione dell’output. Ed è sempre Bouterfa ad aver messo a punto la proposta che nelle ultime ore è servita come base per le discussioni del gruppo.

L’algerino è apparso instancabile anche sul fronte non Opec. Due giorni fa, alla vigilia del vertice di Vienna, si trovava a Mosca per negoziare l’altro “pezzo” di accordo, quello che prevede un contributo ai tagli anche da parte della Russia e di altri grandi produttori petroliferi esterni all’Opec. Bouterfa era accompagnato dal collega venezuelano Eulogio Del Pino, altro promotore indefesso dei tagli produttivi e globetrotter della mediazione, seppure con un’autorevolezza e un’efficazia minori.

Furono Venezuela e Algeria, insieme al Qatar, a tentare per la prima volta di riportare l’Opec a una politica interventista, con il vertice di Doha, nello scorso aprile, che avrebbe dovuto sancire un congelamento della produzione. Il piano fallì all’ultimo minuto, quando l’Arabia Saudita ritirò il suo appoggio in reazione all’indisponibilità dell’Iran a collaborare.

Stavolta Riad ha preferito tendere la mano a Teheran, accordando - così ha detto il ministro Khalid Al Falih - che «in liena di principio l’Iran sia sollevata dai tagli, per via degli effetti delle sanzioni sula sua economia». Quanto ai sauditi, si sono rassegnati a subire «un grande taglio, che sarà un grande colpo per la nostra produzione attuale e per quella prevista nel 2017».

Teheran ha ricambiato la cortesia, accettando di riconoscere le stime di fonte secondaria e di congelare sul livello indicato dai sauditi. Il ministro Bijan Zanganeh si è spinto addirittura a dire che Arabia Saudita e Iran in quanto paesi vicini «dovrebbero cooperare», evitando di «usare l’Opec come campo di battaglia».

© Riproduzione riservata