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Sulla tregua l’incognita iraniana

MERCATI GLOBALI

Sulla tregua l’incognita iraniana

L’insegna dei negoziati  tra Europa e Iran caduta durante le trattative  del luglio 2015, a Vienna. (Epa)
L’insegna dei negoziati tra Europa e Iran caduta durante le trattative del luglio 2015, a Vienna. (Epa)

Mai forse come negli ultimi due anni le riunioni dell’Opec sono state segnate furiosamente dalla competizione geopolitica tra i componenti del Cartello petrolifero, i loro concorrenti esterni, la Russia e gli Stati Uniti, e soprattutto dall’antica rivalità tra Iran e Arabia Saudita. Ora è stato raggiunto un laborioso accordo sui tagli produttivi che appare una sorta di tregua tra i duellanti che dovrà reggere la prova dei mercati e anche quella dei campi di battaglia.

La guerra al ribasso del petrolio è stata il riflesso di quella che si svolge da anni tra Riad e Teheran, tra sciiti e sunniti per la leadership del mondo musulmano, e dell’altro una delle conseguenze della lotta sui mercati ingaggiata dallo shale oil americano e dalla Russia, che sull’export di materie prime fonda le sue ambizioni di superpotenza dall’Est al Medio Oriente.

Il punto di svolta fu la riunione Opec del 27 novembre 2014, quando il petrolio era già precipitato da 115 a 70 dollari al barile. Invocando la necessità di battere la concorrenza del petrolio di scisto americano, il ministro saudita Ali al-Naimi avviava allora la guerra dei prezzi: invece di chiudere i rubinetti della produzione secondo lui conveniva inondare i mercati perché una volta neutralizzato il greggio Usa, più costoso da estrarre, le quotazioni sarebbero risalite.

Questa manovra avrebbe avuto un effetto collaterale decisivo agli occhi della monarchia saudita: l’asfissia economica del nemico iraniano, sostenitore del regime siriano di Assad, degli Hezbollah libanesi, dei ribelli Houthi in Yemen e del governo sciita di Baghdad impegnato nella guerra al Califfato. L’arma del petrolio veniva usata dai Saud contro un concorrente storico contro il quale era stata lanciata da Saddam la guerra degli anni Ottanta sostenuta dai soldi delle monarchie del Golfo.

Ma i sauditi negli ultimi due anni hanno perso la scommessa. Il crollo dei prezzi non si è tradotto in un aumento della domanda e neppure sono stati mandati fuori mercato i produttori americani. Il fatto però più clamoroso è che l’ingresso in campo nel settembre 2015 della Russia in Siria ha permesso ad Assad di restare in sella e si è costituito un asse tra Mosca-Teheran-Damasco e Baghdad con cui ha dovuto fare i conti anche la Turchia di Erdogan, la potenza regionale su cui conta l’Arabia Saudita per costituire un fronte anti-sciita. Mentre Riad è rimasta impantanata in Yemen, un Vietnam arabo di cui si parla troppo poco, la Russia e l’Iran con Assad sono sempre più vicini alla conquista di Aleppo; allo stesso tempo in Iraq, con il sostegno degli Usa e iraniano, il governo sciita, avversato da Riad, ha lanciato l’offensiva contro Mosul, roccaforte dell’Isis.

Gli eventi sono così contrari ai Saud che pure gli Stati Uniti, grande protettore della monarchia wahabita, stanno cercando di venire a patti su Aleppo prima che alla Casa Bianca entri Donald Trump, il quale ha minacciato di rompere l’accordo del 2015 sul nucleare con Teheran, una mossa che secondo il capo uscente della Cia, Brennan, sarebbe “disastrosa” e porterebbe a una proliferazione atomica regionale. È da notare che le sanzioni finanziarie e sul greggio, annullate dall’intesa con il Cinque più Uno, erano costate a Teheran dal 2011 100 miliardi di dollari di export. Ma neppure queste perdite enormi poi accompagnate dal calo del petrolio voluto da Riad avevano affossato la repubblica islamica.

L’accordo con l’Iran, osteggiato dai sauditi e dagli israeliani, ora gli Usa lo devono difendere: il segretario di Stato John Kerry è impegnato in una trattativa con il collega russo Serghej Lavrov - domani entrambi saranno presenti al Med-Ispi di Roma - per evitare una disfatta dei ribelli di Aleppo Est appoggiati dagli Stati Uniti, tra cui il nucleo duro è rappresentato dal fronte al Nusra affiliato di al-Qaida, casa madre dell’11 settembre 2001. È l’ennesimo imbroglio mediorientale in cui si sono ficcati gli americani e i loro alleati.

Insieme ai sussulti del Cartello cambiano le alleanze regionali. L’Iraq si è messo d’accordo con i curdi di Massud Barzani per dividere i barili estratti dai pozzi contesi di Kirkuk ma è anche diventato un grande fornitore dell’Egitto da quando i Saud hanno deciso di sospendere le forniture al generale al-Sisi che ora appoggia Assad, al punto da inviare consiglieri militari a Damasco. L’intesa irachena con il Cairo è stata ottenuta con la mediazione degli iraniani e dei russi.

Concentrati nella rivalità con l’Iran, nelle battaglie dello Yemen e contro Assad, i sauditi hanno dovuto cambiare la politica del 2014, spingere sui tagli di produzione e fare qualche concessione a Teheran per risollevare quotazioni ed entrate petrolifere destinate a coprire le spese della difesa: perché come sempre in Medio Oriente - diceva Lord Curzon - ogni goccia di petrolio equivale a una goccia di sangue.

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