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Treasury Usa ai massimi dal luglio 2015

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Treasury Usa ai massimi dal luglio 2015

La scommessa sulla risalita dell’inflazione, che aveva già mosso molto i mercati finanziari nelle settimane seguite all’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, ha trovato nuovi argomenti a suo favore in questi giorni. L’accordo raggiunto in sede Opec sull’implementazione del taglio della produzione di petrolio ha infatti provocato una brusca impennata dei prezzi del greggio. Vista l’importanza che la componente energetica riveste nel determinare l’andamento generale dei prezzi al consumo, questo rincaro dei prezzi del greggio (che anche ieri si è notevolmente rafforzato superando quota 53 dollari al barile sul Brent) ha riportato gli investitori a mettere in atto il cosiddetto “reflation” trade. Ad adottare cioè una strategia di investimento che, essendo basata proprio sulla prospettiva di una ripartenza dei prezzi al consumo, spinge il mercato a privilegiare le azioni alle obbligazioni.

La speculazione è quella che, alla luce dell’attesa generale ripartenza dei prezzi, le maggiori banche centrali in tutto il mondo pongano fine all’era dei tassi zero e delle politiche monetarie non convenzionali (leggi Quantitative easing) messe in atto per contrastare la crisi finanziaria globale. Seguendo la Fed che questo mese con ogni probabilità si muoverà in questa direzione annunciando il tanto atteso rialzo dei tassi di interesse.

In questo contesto ogni notizia che possa alimentare aspettative inflazionistiche è presa come pretesto per scaricare il mercato obbligazionario. Non c’è da stupirsi quindi se il rally del petrolio di questi giorni sia andato di pari passo con una nuova ondata di vendite sul reddito fisso. A partire da quello che a tutti gli effetti è il termometro del mercato: il titolo di Stato americano a 10 anni. Ieri il rendimento dei Treasury (il cui andamento è inversamente proporzionale al prezzo) ha registrato un netto rialzo passando dal 2,39% della precedente chiusura fino a un massimo di giornata del 2,47% riportandosi sui massimi da luglio 2015.

L’ondata di vendite sui titoli di stato Usa, che in questi giorni è correlata soprattutto al rally del prezzo del petrolio, ha tenuto banco per tutto novembre con ripercussioni a livello globale.

Ad alimentarla è stata, come accennato, la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Un altro evento che, alla luce del programma di politica economica del nuovo inquilino alla Casa Bianca, basato su sgravi fiscali e investimenti infrastrutturali, viene considerato dagli effetti potenzialmente inflattivi.

Gli effetti di questa speculazione sono stati notevoli se è vero che, come stima Bloomberg, lo scorso mese il controvalore del mercato obbligazionario globale si è ridotto di ben 1700 miliardi di dollari. L’indice Bloomberg Barclays Global Aggregate Total Return ha perso circa il 4% registrando la peggiore performance mensile dal 1990, l’anno in cui è stato elaborato.

Il rialzo generalizzato dei rendimenti a livello globale ha contribuito a ridurre in maniera considerevole lo stock di bond governativi che trattano a tassi sotto zero. Quei titoli cioè che non offrono alcun rendimento a chi li detiene ma anzi comportano di fatto una commissione (il tasso negativo) e che sono un'altra eredità della politica non convenzionale delle banche centrali.

Secondo una stima di Fitch il loro controvalore che un mese fa era pari a 10.400 miliardi di dollari oggi si attesterebbe a quota 9.300.

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