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Quella speculazione (fallita) contro l’euro

L'Analisi|analisi

Quella speculazione (fallita) contro l’euro

Non è successo (quasi) niente sui mercati, perché tutto s’era compiuto almeno una settimana prima del referendum. Parrebbe una variante del classico adagio delle borse: vendi sui rumori e acquista sulla notizia. Se non fosse che non c’è una vera notizia, perchè il risultato era scontato, e le profezie dell’incombente disastro, nel caso di una vittoria del no, erano state agitate ad arte da chi aveva interesse a cavalcare il ribasso sui Btp e i titoli delle banche italiane: con la complicità, in buona o cattiva fede, della grande stampa anglosassone, la quale, nell’amplificare l’entità del presunto sconquasso, aveva reso più facile il lavoro della speculazione.

Per capire come ragiona il mercato, è opportuno ricordare che la tesi agitata da almeno sei anni, in particolare dai grandi investitori americani e inglesi, è che il sistema dell’euro finirà per collassare prima o poi. Come avvenne nel 2011 con il “salvataggio” della Grecia e la bancarotta accarezzata, poi, del Portogallo, della Spagna e infine dell’Italia, non si perde occasione per scommettere sulla disgregazione dell’unione monetaria: così s’è visto a inizio anno con l’enfasi posta sulle sofferenze bancarie, a giugno con la Brexit e un mese fa con l’elezione di Trump. Ma, essendo l’Italia, per l’enorme debito pubblico, un’economia che da tempo ha perso vigore e per il peso che il Paese riveste in eurozona, il vero anello debole del sistema, è sulle nostre attività finanziarie che si scaricano gli attacchi della speculazione. Il referendum costituzionale, giocato maldestramente da Matteo Renzi come un voto pro (o contro) il suo operare, ha rappresentato la strumentale occasione per tanti investitori anglosassoni di paventare il trionfo del populismo, la resistenza del Paese ad ogni cambiamento e, infine, il colpo d’ariete per abbattere il sistema dell’euro.

Benchè sia arduo vedere un nesso tra chi, per differenti motivi, avrebbe votato no e il conseguente processo per far uscire l’Italia dall’euro, l’intera propaganda di tanti analisti, strategist ed economisti delle banche d’affari anglosassoni ha da parecchi mesi puntato proprio su quella correlazione: rendendola più pressante, adducendo le crescenti difficoltà che sarebbero insorte nel salvare le 8 più fragili banche italiane. In tal modo, dainizio estate, la tendenza è statavendere al ribasso il future sul Btp e, in particolare, vendere allo scoperto i titoli bancari, che hanno perso il 49% (contro il 13% del settore europeo). Se sui titoli di Stato s’è “giocato” con relativa maggior cautela, ben sapendo che la Bce non avrebbe consentito gli eccessi del 2011-2012, sulle banche gli investitori si sono mossi senzaremore e senza discrezionalità,al punto che le azioni di Intesa, una delle migliori banche agli stress test della Bce, hanno perso 20 punti percentuali più del comparto europeo.

Dopo 11 mesi di facili guadagni, gli investitori hannoiniziato, nelle ultime settimane, a chiudere le posizioni al ribasso: un po’ perché, in assenza di eventi davvero traumatici, c’è un limite a ogni tendenza, un po’ perché la strumentalità della tesi cominciava ad essere evidente e un po’ perché altri operatori avevano iniziato invece ad acquistare quei titoli eccessivamente penalizzati. Su queste pagine s’era scritto che le conseguenze negative dell’eventuale no al referendum erano esagerate, sia quando uscivano dalle analisi dei vari operatori , sia nell’amplificazione fattane dai grandi giornali stranieri. E la reazione di ieri, con il modesto allargamento dello spread del Btp e la contenuta perdita dei titoli bancari, ci ha dato ragione. E, salvo clamorose avversità nella ricapitalizzazione del MontePaschi, è lecito pensare che nelle prossime sedute si dovrebbe vedere quantomenoun allentamento delle tensioni. La possibile instabilità politica, dopo le dimissioni di Renzi, non dovrebbe essere tale da scatenare nuove ondate speculative, come insegna il caso della Spagna. Ma è certo che l’eventuale trionfo delle forze populiste nelle prossime elezioni in Olanda, Francia o Germania si tradurrebbe in un disastro per il mercato finanziario italiano. Se sui Btp si potrà contare sull’argine predisposto dalla Bce (ma stavolta a un ben più caro prezzo), sui titoli bancari sarà impossibile alzare le difese, specie se non sarà compiuto il salvataggio degli istituti ora in affanno.

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