Finanza & Mercati

L’asticella mutevole (inaccettabile) che confonde il mercato

le ricadute

L’asticella mutevole (inaccettabile) che confonde il mercato

Il 23 novembre, alla vigilia dell’assemblea straordinaria, la Bce apponeva il suo timbro al piano da 5 miliardi del Monte dei Paschi. Un mese dopo, il 22 dicembre, Francoforte ha ritenuto che il fabbisogno della banca sia di 8,8 miliardi, cioè quasi il doppio. Una scelta piuttosto sorprendente e non facile, se è vero che il Supervisory board non si è espresso all’unanimità al riguardo. Al mercato non passerà inosservata. La decisione, ispirata a criteri di massima prudenza visto che in ballo c’è la terza banca italiana e l’ingresso di un soggetto particolare come lo Stato, rischia di trasformarsi in un ennesimo benchmark per tutto il settore: il mercato, soprattutto nella sua componente più distratta o speculativa, ragiona sempre come se l’asticella fosse la più alta per tutti, e certo alzarla in corsa non aiuta a dare certezze.

Ora il Monte si troverà con la coperta più lunga (prima, oggettivamente, era giusta giusta) e con tutte le risorse necessarie a effettuare il rilancio auspicato dal ceo Marco Morelli nella sua intervista a Il Sole di sabato scorso, ma per le altre banche ci sarà una difficoltà in più. Nonostante Francoforte non paia intenzionata a pretendere da tutti lo stesso capitale richiesto a Siena.

Lo si può capire da come è nata la decisione comunicata ieri. Che cosa è successo in queste quattro settimane? Niente. Nel senso che i presupposti su cui la Bce sembra aver deciso di alzare - di molto - l’asticella sono gli stessi su cui prima in estate e poi nei mesi seguenti si è sempre accontentata della manovra da cinque miliardi; e pensare che nel frattempo, dagli Npl (su cui è in corso un’ispezione) alla liquidità, la situazione senz’altro non è migliorata: nulla di tutto questo sembra aver inciso sulla decisione dei regolatori assunta la settimana scorsa. Molto più semplicemente, si è capovolto l’approccio, e con esso l’algoritmo che ha generato il gap di capitale. Il piano privato si basava sulla cessione completa - attraverso la cartolarizzazione con Atlante - delle sofferenze, un’operazione che avrebbe generato un buco di capitale che poteva essere colmato con un aumento da cinque miliardi; ora che c’è lo Stato di mezzo, lo smaltimento degli Npl verrà dopo e quindi si è partiti dalla situazione patrimoniale: che è quella non buona fotografata dagli stress test di luglio, per di più peggiorata con l’utilizzo del cuscinetto dei subordinati. È così che si spiega la scelta dell’allora ceo Fabrizio Viola di giocare “in attacco” con un piano aggressivo, è così che si capisce perché, saltato quello schema, ci si trova a fare i conti con una realtà piuttosto amara, in cui gli 8,8 miliardi sono il frutto dell’algoritmo applicato già in passato sulle banche greche. I conti, dunque, tornano. Ma ciò non toglie che sia stata la Bce a scegliere di applicarlo. E questa è stata una decisione tutta politica: l’Ssm ha ritenuto che la patologia sia di tale gravità da richiedere una prudenza massima. Anche perché l’aumento, essendo a carico dello Stato, è una specie di garanzia: quando la banca si sarà rimessa in salute, gli oltre 6 miliardi potranno essere resi.

Il confine tra prudenza e rigore, però, resta sottilissimo. E il mercato, spesso, ha tutto l’interesse a fare confusione: la cautela certa con cui la Vigilanza si è mossa sul Monte rischia di trasformarsi in un presunto rigore che, da oggi, sarà scontato su tutto il settore.

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