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Veneto Banca-Vicenza, stretta sulla fusione

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Veneto Banca-Vicenza, stretta sulla fusione

Si apre la settimana in cui mercato, analisti, investitori avranno gli occhi puntati su Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Dopo lo svolgimento dei rispettivi cda, che dovranno approvarne le linee guida, sarà presentata domani a Padova - alle 15.30 all’hotel Sheraton - l’Offerta di transazione rivolta a 175mila soci, ovvero il piano rimborsi da 600 milioni di euro destinato a risarcire in parte (si parla di un 15% del valore delle azioni) i risparmiatori che hanno perso i loro denari nel default delle due banche venete. Ma il piano rimborsi, per quanto sia, se accolto, formidabile strumento per riacquisire credibilità, è solo il primo tassello del processo di ricostruzione che vede i prossimi tre mesi decisivi per i due istituti.

Ben “agganciato” al piano rimborsi e conditio sine qua non per la sopravvivenza delle banche resta il piano di fusione. Anche se il termine non è tassativo, le due ex popolari, in accordo con la Bce, si sono poste come obiettivo quello di chiudere la prima fase dello studio del piano di fusione entro il prossimo 31 gennaio. Il piano avrà come priorità assoluta il risanamento del bilancio, inteso come la pulizia dello stato patrimoniale, con i corretti accantonamenti sul lato crediti. Dopodiché le linee guida del piano sono quelle riconducibili a ricostituire una banca forte sul territorio di riferimento che serva in modo adeguato famiglie e imprese, un soggetto ex novo con una caratterizzazione diversa, orientata verso una forte digitalizzazione.

Incombe la questione della cartolarizzazione degli Npl, ovvero della vendita dei crediti deteriorati: si tratta di una mole di 1,7 miliardi netti per Veneto Banca (3,6 miliardi lordi) e di 1,9 miliardi per la Popolare di Vicenza (4,6 miliardi lordi). La Bce, che su questo marca stretto i due istituti, ha scritto lo scorso 16 dicembre che venga al più presto approntato un piano operativo teso a ridurre gli Npl. Atlante resta il soggetto privilegiato per quanto riguarda la vendita, ma si tratta di capirne la disponibilità. La cosa certa è che, conseguentemente alla svalutazione, ci sarà bisogno di un nuovo aumento di capitale e per questo Atlante ha immesso nuova liquidità nei due istituti per 938 milioni di euro, che però non saranno sufficienti: solo una drastica riduzione del rischio legale e quindi una riacquisita stabilità - ed ecco il ruolo fondamentale del piano rimborsi - permetterà ad Atlante di trovare sul mercato i soldi per l’aumento, che dovrebbe aggirarsi attorno ai 2-2,5 miliardi di euro. A questo si aggiungerà la vendita di asset non strategici (le banche estere? Banca Apulia? Banca Nuova?), su cui ancora non c’è alcunché di definito.

Risolti questi nodi, a cui stanno già lavorando le nuove figure appena assunte ai vertici, cioè Gabriele Piccini (ex Unicredit) e Enrico Maria Fagioli Marzocchi (ex Mps), nuovi vice direttori generali con i ruoli rispettivamente di Chief commercial officer e Chief financial officer, il tempo di realizzazione della fusione tra le due banche venete potrebbe non andare oltre il 2017 o i primi mesi del 2018. Il nuovo soggetto bancario che nascerà sarà inevitabilmente “dimagrito” non solo nel numero di filiali - è stato ipotizzato un taglio di 600 agenzie su più di mille complessive tra le due banche - ma soprattutto nel numero di dipendenti (e su questo le due banche hanno intenzione di chiedere «maggiore sensibilità» ai sindacati e «un cambio di marcia»): resta l’ipotesi che gli esuberi si aggirino attorno alle 2.500 unità (circa 1.000 per l’ex popolare di Montebelluna e circa 1.500 per la Vicenza).

Il primo banco di prova resta in ogni caso l’accoglimento o meno dell’offerta di transazione che sarà presentata domani ai soci e che coinvolgerà poco meno di 100mila azionisti della Popolare di Vicenza e circa 75mila di Veneto Banca (sono escluse naturalmente tutte le operazioni finanziate). Se la soglia dell’80% circa di adesioni è quella necessaria perché il piano rimborsi abbia effetto, la percentuale del ristoro potrà subire variazioni in aumento rispetto al 15% di cui si parla, variazioni legate ad offerte commerciali che saranno proposte a ciascun socio. I rimborsi saranno esentasse e potranno essere evasi in poche settimane: i pagamenti, cioé, potrebbero arrivare nel conto corrente dei risparmiatori subito dopo lo scadere dei tre mesi, tempo limite che le banche si sono date per proporre l’offerta.

Sulla cifra messa a disposizione per i rimborsi, 600 milioni, interviene la Fabi, il sindacato autonomo dei bancari, che invoca uno sforzo maggiore di risorse suggerendo la vendita del patrimonio immobiliare, che vale circa 800 milioni.

I lavori sono comunque avviati, il passo del piano rimborsi è importante e del tutto sperimentale. Nella disastrata situazione in cui si trovano i due istituti, va sottolineato il fatto che si tratta di una proposta all’avanguardia, apripista di un progetto di rinascita necessaria.

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