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Le società petrolifere vedono la luce in fondo al tunnel. Troppo…

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Le società petrolifere vedono la luce in fondo al tunnel. Troppo presto?

Bloomberg
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Dopo la peggiore crisi degli ultimi trent’anni, l’industria petrolifera sembra aver ritrovato l’ottimismo. Incoraggiate dal rilancio dei prezzi del greggio e rafforzate dalla maggiore efficienza guadagnata nelle operazioni estrattive, le compagnie nel 2017 potrebbero cautamente ricominciare a spendere. Inoltre le major inizieranno a raccogliere i frutti di ambiziosi investimenti decisi nel passato, aumentando i volumi di produzione e migliorando i flussi di cassa.

Dopo aver tirato la cinghia per due anni, nel 2017 le sessanta maggiori società di esplorazione e produzione nel mondo incrementeranno del 3% gli investimenti in conto capitale (capex), prevede Wood Mackenzie. La cifra complessiva, 450 miliardi di dollari, sarà inferiore del 40% rispetto a quella spesa nel 2014 ma rappresenta comunque un punto di svolta: «l’alba di una cauta ripresa», come dice la società di consulenza, che anticipa anche un’accelerazione nell’approvazione di nuovi progetti estrattivi.

Dei 40 in lista di attesa, almeno la metà potrebbero arrivare alla Decisione finale di investimento (Fid) entro l’anno, con una maggiore probabilità per quelli meno costosi, nel petrolio non convenzionale Usa e nei giacimenti pre-salini al largo del Brasile.

A trainare gli investimenti secondo Wood Mackenzie saranno le società impegnate nello shale oil, con un incremento del 25%, mentre le major dovrebbero spendere l’8% in meno. Ma non è un passo indietro: la contrazione è legata alla discesa dei costi (dopo il -20% dello scorso biennio è attesa un’ulteriore riduzione del 3-7% nel 2017) e al fatto che alcuni grandi progetti avviati in passato arriveranno a compimento.

Un’altra analisi, di Rystad Energy, si concentra proprio su questi ultimi: da Kashagan, giacimento gigante kazakho sviluppato anche dall’Eni, a Gorgon, ambizioso progetto di Chevron nel Gnl australiano. Le 7 maggiori compagnie integrate – in pratica le «Sette sorelle» dei nostri giorni, ossia ExxonMobil, Chevron, Royal Dutch Shell, Bp, Eni, Totale Statoil – aumenteranno la produzione di idrocarburi di ben 398mila barili al giorno nel 2017, prevede Rystad, un record dal 2010. Dai maxi-progetti del passato dovrebbero arrivare l’anno prossimo altri 670mila bg, un fiume di petrolio (e gas) che rischia di compromettere gli sforzi dell’Opec per riequilibrare il mercato.

La promessa di tagli di produzione da parte di quest’ultima, insieme alla Russia e altri Paesi non Opec, è stato il motore principale della ripresa dei prezzi del petrolio, che sono quasi raddoppiati nel giro di un anno. Ma con il Brent intorno a 55 dollari al barile l’industria petrolifera rischia di accelerare troppo presto, finendo col darsi la zappa sui piedi.

L’incognita maggiore è la reazione dello shale oil, che ha cicli di investimento molto più brevi rispetto a quelli del petrolio convenzionale. Qasi tutti gli analisti ora prevedono per quest’anno una ripresa della produzione Usa, compresi quelli del governo americano, che stimano un aumento di 100mila bg, a 9 milioni di bg.

Molti operatori del settore tuttavia, soprattutto tra quelli di dimensioni medio piccole, versano ancora in condizioni finanziarie difficili. E l’eccezionale resistenza dimostrata negli anni della crisi non è garanzia di sopravvivenza anche per il prossimo futuro.

Dopo oltre 200 casi di bancarotta negli ultimi due anni e l’imposizione di parametri più rigidi per finanziamenti all’Oil & Gas, le banche americane continuano ad essere caute nel concedere credito ai frackers. E ora che la Federal Reserve ha iniziato ad alzare i tassi di interesse le obbligazioni spazzatura – che hanno dato ossigeno anche alle compagnie più disastrate – stanno diventando sempre meno interessanti per gli investitori.

La sbornia del 2016 sembra davvero irripetibile: negli Usa i junk bond hanno chiuso l’anno in rialzo del 17,5%, il miglior risultato dal 2009 (dati BofA Merrill Lynch). Le emissioni di società energetiche hanno guadagnato addirittura il 38,4%. Ma il recupero ha cancellato ogni vantaggio in termini di rendimento rispetto alle obbligazioni spazzatura di altri settori. E in generale i rendimenti nel comparto high yield sono crollati, tanto che lo spread rispetto ai titoli di Stato Usa è ormai inferiore al 4%, ai minimi da due anni: un premio risicato, che tra l’altro rischia di ridursi ulteriormente con la stretta monetaria della Fed.

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