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Mercati, perché se i titoli di Stato Usa superano il 2,6%…

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Mercati, perché se i titoli di Stato Usa superano il 2,6% scatta l’allarme

(Afp)
(Afp)

Dopo l’accelerazione di fine anno i mercati finanziari sembrano ora un po’ imballati. Come fossero congestionati in attesa di nuovi eventi. Il Dow Jones di Wall Street ha provato più volte (senza riuscirci) a sfondare al rialzo la soglia dei 20mila punti. Tuttavia la soglia più importante non arriva dalle azioni ma dal mercato obbligazionario. Gli investitori stanno guardando con molta attenzione e anche con apprensione il rendimento dei Treasury (i titoli di Stato Usa) a 10 anni. La soglia critica è il 2,6%. In due occasioni le vendite sul titolo hanno fatto salire il rendimento su tale livello. Dopodiché sono ripartiti gli acquisti e, di conseguenza il rendimento (che si muove in direzione inversa rispetto al prezzo) è sceso.

I TITOLI DI STATO USA A 10 ANNI
Il rendimento dei governativi americani (Fonte: Ufficio Studi Il Sole 24 Ore)

Per molti investitori il fatto che il rendimento Usa non abbia superato tale livello può essere considerato uno scampato pericolo. Ieri è tornato al 2,38% ma non è da escludere nei prossimi giorni un nuovo tentativo di sfondamento della “soglia critica”. Secondo Bill Gross, co-fondatore di Pimco e oggi numero uno di Janus Capital, in caso di sfondamento si aprirebbe un «secolare mercato orso per le obbligazioni». Questo livello «è molto più importante dei 20.000 punti del Dow Jones, della soglia dei 60 dollari al barile per il petrolio o di quella del rapporto di parità tra euro e dollaro. Nei prossimi 12 mesi il sentiment positivo o negativo sui mercati dipenderà dal livello dei Treasury».

Un parere - sebbene con toni meno allarmistici - condiviso dalla maggior parte degli addetti ai lavori. «È una soglia tecnica molto importante, al pari del 3,3% sul trentennale americano - spiega Massimo Saitta, direttore investimenti di Intermonte advisory e gestione -. Ma in questo momento manca un trigger che la faccia rompere».

Il trigger, o driver, o market mover scatenante potrebbe arrivare dalle aspettative di inflazione. Quelle di cui tengono conto le banche centrali - ovvero il grafico 5y5y che “racconta” le stime su come sarà l’inflazione fra 5 anni e per successivi 5 - sono balzate dopo la vittoria di Trump dal 2,1% al 2,6% per poi ritracciare nei giorni scorsi al 2,4%. Anche in questo caso - ironia della sorte - la soglia difficile da violare si è rivelata il 2,6%.

ASPETTATIVE INFLAZIONE USA A MEDIO-LUNGO TERMINE
Il grafico 5 anni su 5 anni (Fonte: Ufficio Studi Il Sole 24 Ore)

Molto dipenderà da quanta inflazione nell’economia reale innescherà l’ampliamento del deficit promesso da Trump (al ritmo del 6% annuo del Pil, ovvero il doppio del limite fissato oggi in Europa dai parametri di Maastricht). Se le attuali aspettative di inflazione di lungo-termine (2,4%) dovessero salire ulteriormente non sono da escludere impatti sui rendimenti delle obbligazioni (che inglobano proprio le aspettative di inflazione oltre al premio al rischio dell’investimento).

Le aspettative di inflazione stanno salendo anche nell’Eurozona. Dai minimi di agosto (1,3%) sono balzate all’1,8%.

ASPETTATIVE INFLAZIONE EUROPA NEL MEDIO-LUNGO TERMINE
Il grafico 5 anni su 5 anni (Fonte: Ufficio Studi Il Sole 24 Ore)

Questo movimento è dovuto principalmente all’effetto-materie prime. L’aumento del prezzo del petrolio, passato dai 28 dollari al barile di febbraio agli attuali 55, ha innescato il fenomeno che gli economisti chiamano “inflazione importata”, di cui la storia economica ricorda l’esempio eclatante della seconda metà degli anni ’70, quando lo shock petrolifero portò a doppia cifra l’inflazione nei Paesi occidentali. «L’inflazione è un po’ come il colesterolo - continua Saitta -. C’è quella cattiva, in questo caso quella importata per effetto dell’aumento dei costi delle materie prime. Ma c’è anche quella buona, quando i prezzi dei beni aumentano per effetto di un aumento della domanda interna. E la domanda interna aumenta quando aumentano i salari. In questo momento sta prendendo piede l’idea che oltre all’inflazione cattiva, nei prossimi anni possa muoversi anche quella buona per effetto della sincronia della crescita delle quattro aree più importanti al mondo: Usa, Europa, Giappone e Paesi emergenti».

Tuttavia, al di là delle aspettative ottimistiche, al momento l’inflazione core (quella depurata per l’effetto delle materie prime) è stabile, intorno allo 0,9%. Allora come mai i rendimenti dei titoli di Stato europei stanno salendo anche nella parte lunga della curva del debito?

«Ci sono diversi fattori che giustificano questo movimento- spiega Marco Palacino, managing director per l'Italia di Bny Mellon Im -. Il primo risiede senz'altro nell'effetto “specchio”: la curva europea riflette in parte l'andamento di quella Usa, dove è in atto un irripidimento proprio nella parte lunga. Inoltre, l'aumento del differenziale tra tassi statunitensi ed europei (dopo il rialzo operato dalla Fed a dicembre) determina un rafforzamento del dollaro rispetto all'euro. Questo favorisce le esportazioni Ue verso gli Usa, generando un aumento delle aspettative inflattive nel lungo termine».

«In secondo luogo - prosegue Palacino - i tassi di lungo periodo incorporano le aspettative crescenti dei mercati circa un graduale tapering del programma di Qe (di fatto già ridimensionato da 80 a 60 miliardi di euro al mese nonostante l'estensione sino a fine 2017) e la possibile transizione verso politiche di stimoli fiscali, che certo avrebbero un effetto più evidente sull'inflazione. Mario Draghi, inoltre, resterà in carica sino al novembre del 2019: come ben dimostrano i timori degli investitori circa le possibili dimissioni di Janet Yellen subito dopo l'elezione di Trump, qualsiasi successione ai vertici di una Banca Centrale rappresenta un fattore di incertezza di lungo periodo da non sottovalutare, poiché potrebbe segnalare l'inizio di una nuova fase nelle politiche monetarie».

«Un altro fattore - conclude - da evidenziare risiede nell'aumento delle emissioni di titoli governativi europei a lunga scadenza, determinato dalla volontà degli Stati dell'Eurozona di approfittare dei tassi bassi finché possibile, aggiudicandosi credito a basso costo. Una maggiore offerta di nuove obbligazioni nella parte lunga della curva non può che determinare un aumento dei rendimenti».

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