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Exxon raddoppia la scommessa su Permian, lo shale oil dei miracoli

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Exxon raddoppia la scommessa su Permian, lo shale oil dei miracoli

(Reuters)
(Reuters)

Alla corsa all’oro nero di Permian si è unita anche ExxonMobil, La major ha speso 6,6 miliardi di dollari per raddoppiare la sua presenza nel bacino di shale oil dei miracoli, un’area desertica tra il Texas e il New Mexico dove i frackers riescono a estrarre greggio a costi inferiori a 40 dollari al barile e che da mesi è diventata il cuore pulsante dell’industria petrolifera americana.

Con l’operazione annunciata ieri – in cui rileva una serie di asset dalla famiglia Bass, erede del leggendario petroliere texano Sid Richardson – Exxon vanta ora 6 miliardi di barili di riserve stimate nel Permian, un tesoro che la riporta in primo piano tra i protagonisti nell’area, accanto a Chevron e Occidental Petroleum.

L’acquisizione è solo l’ultima di una lunga serie nella shale play, che – grazie alla particolare conformazione geologica, con diversi strati sovrapposti di rocce impregnate di petrolio – si è imposta come la più allettante negli anni della crisi. L’anno scorso, secondo Wood Mackenzie, un quarto delle operazioni di M&A nell’industria petrolifera mondiale ha riguardato il Permian. Solo negli ultimi giorni si sono fatte avanti anche Noble Energy – che lunedì ha comprato per 2,7 miliardi di dollari la rivale Clayton Williams Energy – e Wpx Energy, che ha rilevato licenze nell’area per 775 milioni.

Del resto è nel Permian Basin che il petrolio «made in Usa» ha mantenuto la sua roccaforte più solida, quando il prezzo del barile affondava dagli oltre 100 dollari dell’estate 2015 ai meno di 30 $ di un anno fa. Ed è da qui che sta partendo la riscossa dello shale, ora che il greggio si è riportato sopra 50 dollari.

Exxon prevede di aggiungere almeno 15 trivelle nei terreni appena acquistati e, sfruttando l’adiacenza con altre operazioni, promette di effettuare perforazioni orizzontali fino a 2 miglia, ossia circa 3,2 km. «Siamo in grado di perforare i pozzi laterali più lunghi del bacino di Permian, riducendo i costi di sviluppo e accrescendo il recupero delle riserve», assicura Darren Woods, il nuovo ceo di Exxon, che dal 1° gennaio ha sostituito Rex Tillerson, scelto come segretario di Stato da Donald Trump.

Nel Permian, a differenza che nelle altre shale play , le trivelle non hanno mai smesso di funzionare a pieno ritmo e adesso, osserva l’Eia, si contano più impianti attivi da queste parti che in tutto il resto degli Stati Uniti. Ed è soprattutto a questi pozzi, così prolifici ed efficienti, che si deve il rapido recupero della produzione americana, già risalita di quasi 500mila barili al giorno rispetto al minimo di 8,5 milioni di bg dello scorso settembre (il massimo, su base mensile, era stato 9,6 mbg ad aprile 2015).

Anche i costi di estrazione stanno comunque risalendo, sulla scia delle quotazioni del greggio: nel corso di quest’inverno ci sono già stati aumenti del 10-20% secondo stime citate dal Wall Street Journal.

Proprio su questo aspetto si appuntano le speranze dei sauditi, di non veder neutralizzati in breve tempo i tagli produttivi dell’Opec. «Mi aspetto che i costi aumentino», ha osservato il ministro Khalid Al Falih dal World Energy Forum di Davos. «Quelli che stanno sfruttando ultimamente in Nord America sono i giacimenti più prolifici. Con la crescita della domanda dovranno tornare su quelli più costosi, più difficili, meno prolifici. E alora si accorgeranno di aver bisogno di prezzi del petrolio più alti».

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