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Perché la sterlina sale nonostante la hard Brexit?

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Perché la sterlina sale nonostante la hard Brexit?

Afp
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Poche ore fa, proprio mentre il premier inglese Theresa May annunciava l’intenzione di accelerare nel percorso della Brexit, la sterlina rimbalzava del 3% nei confronti del dollaro, mettendo a segno il quinto guadagno più consistente in una sola giornata dagli anni ’80. Un movimento molto forte che però dal punto di vista del “causa ed effetto” sembrerebbe paradossale. Prima di ieri, infatti, tra Brexit e sterlina ha prevalso una correlazione inversa, ovvero più crescevano le probabilità di un’uscita della Gran Bretagna dal mercato unico europeo più la sterlina si deprezzava.

Ma allora perché ieri c’è stato questo clamoroso balzo della divisa britannica, a dispetto delle aspettative e delle correlazioni?

IL CAMBIO STERLINA/DOLLARO
Quanti dollari per una sterlina

Gli operatori non hanno dubbi. La correlazione inversa tra Brexit e sterlina non è cambiata. I recenti movimenti sulla sterlina sono più ascrivibili a prese di profitto degli operatori che erano già posizionati al ribasso sui rumors della Brexit e hanno deciso di portare a casa un po’ di profitto sulla notizia. Insomma, niente di più che l’antico adagio buy on rumor and sell on news. Gli speculatori sono posizionati al ribasso sulla sterlina da tempo.

Alcuni hanno deciso di chiudere la posizione al ribasso ieri quando le parole della May hanno sgombrato gli ultimi dubbi sulla Brexit. La Brexit si farà e anche sarà più veloce del previsto, quindi sarà una “hard Brexit”. Queste parole hanno spinto alcuni operatori a chiudere le posizoni al ribasso. E per chiuderle, dal punto di vista tecnico, hanno dovuto comprare la sterlina. Dietro il grande rimbalzo della sterlina c’è quindi la semplice chiusura (attraverso acquisti) di posizioni al ribasso precedentemente aperte.

«Inoltre si sta iniziando a speculare sulla possibilità che l'Unione europea possa decidere di scendere a compromessi su accordi commerciali con la Gran Bretagna, che verosimilmente otterrà accordi importanti anche con molti altri Stati, con i quali ci si è già trovati a discutere - spiega Matteo Paganini, strategist di Fxcm -. Tuttavia la ripresa del pound a nostro parere non è da considerarsi come strutturale, le reazioni di pesantezza anche dopo gli ultimi dati buoni (per esempio sulla produzione industriale) mostrano come i flussi di capitali possano tornare a concentrarsi su eventuali vendite di sterline, soprattutto se si avvererà la spirale che vede una bilancia dei pagamenti appensantirsi ulteriormente in seguito a potenziali aumenti di inflazione. Pertanto quello di ieri è stato un semplice recupero da prese di profitto e che continueremo a considerare tale fino a quando non ci dovessimo portare sopra quota 1,2850 contro dollaro».

LE POSIZIONI «SHORT» SULLA STERLINA
I contratti degli operatori “speculative” (Fonte: Bloomberg su dati della Commodity Futures Trading Commission)

Effetto Trump
Nel +3% della sterlina sul dollaro c’è poi anche di mezzo Trump. Il presidente degli Usa ha dichiarato ieri che «il dollaro è troppo forte». Per attuare le politiche che ha promesso Trump ha bisogno di un dollaro più debole. E questo sta condizionando nelle ultime ore gli operatori del mercato valutario che da novembre hanno pesantemente comprato dollari aspettandosi un aumento dei tassi e dell’inflazione negli Usa più alto rispetto ad altre aree. «Il recupero della sterlina di ieri è in parte imputabile anche a una debolezza del dollaro, che ha perso terreno verso tutte le altre valute mondiali probabilmente a causa le parole di Trump - spiega Vincenzo Longo, strategist di Ig-. Al di là dei movimenti, lo scetticismo sul tema rimane altissimo. Sulla sterlina siamo ancora bearish. Ora che la May ha fatto chiarezza sull' “hard brexit”, molte aziende potrebbero iniziare a pensare in maniera più concreta ai prossimi piani di investimento, magari fuori da Londra».

Il mercato già sconta la Brexit

«Va poi detto che analizzando l’andamento della sterlina da tempi non sospetti, ovvero dal 2015 quando non si parlava ancora di Brexit, oggi vale il 20% in meno rispetto al dollaro e il 15% in meno sull’euro - spiega Ugo Lancioni, responsabile valutario di Neuberger Berman -. Quindi direi che il mercato valutario già sconta in parte una buona parte degli effetti della Brexit».

IL CAMBIO STERLINA/EURO
Quanti euro per una sterlina

«Allo stesso tempo - prosegue - il mercato non può neppure ignorare i dati veri che arrivano dall’economia britannica che in questo momento evidenziano a tutto campo un miglioramento oltre le attese. Gli ultimi numeri su Pil, inflazione e produzione industriale hanno battuto le stime. È ancora presto per stimare l’impatto della Brexit sull’economia reale. Possiamo dire che per ora gli effetti sono stati scontati in anticipo solo dal mercato valutario».

La correlazione inversa tra sterlina e Borsa di Londra
Ieri mentre la sterlina balzava del 3% la Borsa inglese - sintetizzata dall’andamento dell’indice Ftse-100 - perdeva oltre l’1%. Gli ultimi mesi hanno evidenziato una forte correlazione inversa tra sterlina e Borsa.

LA CORRELAZIONE INVERSA TRA STERLINA E BORSA DI LONDRA
Il confronto tra il cambio sterlina/dollaro e il Ftse-100 della Borsa di Londra

Più la sterlina si svalutava più saliva l’indice di Borsa. Ovviamente per un investitore in euro o in dollari che aveva comprato azioni inglesi il vantaggio dell’aumento del valore delle azioni è stato in parte vanificato dall’effetto-cambio negativo (perdita della sterlina su euro e/o dollaro). Ma per un investitore in sterline c’è stato un forte guadagno. Come mai? «Dopo la Brexit il cambio ha dominato le quotazioni azionarie, viste soprattutto le violente reazioni della sterlina. Questo perché le aziende del Ftse-100 fatturano perlopiù in dollari, quindi se la sterlina si deprezza (apprezza) di un 10%, i ricavi di queste aziende saranno grosso modo del 10% più alti (o più bassi) in valuta locale - spiega Longo. Ma è importante notare che non si tratta di un caso isolato. Qualcosa di simile è accaduto con il caso franco svizzero. Il violentissimo apprezzamento del franco fece crollare del 7% la Borsa di Zurigo il 15 gennaio 2015».

«Una forte correlazione inversa tra valuta e Borsa esiste tutt’oggi anche tra lo yen giapponese e l’indice Nikkei - conclude Lancioni -. Quando lo yen si rafforza il Nikkei scende e viceversa. Questo è legato alla componente legata all’export della prevalenza delle aziende che compongono l’indice».

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