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Le mille facce dei Pir: appeal, costi, tasse e nodi da sciogliere

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Le mille facce dei Pir: appeal, costi, tasse e nodi da sciogliere

I piani individuali di risparmio (Pir) sono la grande novità del 2017, un’alternativa creata da un lato per incoraggiare il risparmio a medio/lungo termine, dall’altro per far confluire capitali freschi verso l’economia reale. Come? Abbattendo la tassazione (su capital gain, dividendi, successione e donazioni). Acclamati a gran voce da Assogestioni già dal 2011, i Pir non sono comunque appannaggio esclusivo del risparmio gestito. Possono essere di natura assicurativa o inseriti nell’ambito del risparmio amministrato. Al momento però solo i gestori di fondi hanno prodotti pronti. La Sgr già operativa è Anima, ma altre sono ai blocchi di partenza: Pioneer, Eurizon Capital, Bnl Bnp Paribas, Amundi e Zenit. Per alcuni è questione di giorni, per altri di settimane.

In teoria, comunque, il risparmiatore potrebbe anche rivolgersi a una compagnia assicurativa o allo sportello bancario per aprire un conto ad hoc, investendo su strumenti (azioni, obbligazioni, etc) che siano in linea con la normativa dei Pir. In quest’ultimo caso però l’expertise è d’obbligo perché scegliere i titoli e i prodotti adatti non è semplice per un piccolo risparmiatore e il fatto che ci sia la conformità alle caratteristiche previste dai Pir certo non basta a garantire la selezione ottimale degli strumenti finanziari. Dal versante assicurativo le compagnie si stanno attivando per adattare i contratti e lanciare «polizze Pir».

Il piano individuale di risparmio è un contenitore di strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, fondi, polizze, conto corrente) che permette al sottoscrittore di essere esentato dalla tassazione sui capital gain, a patto che l’investimento abbia una durata minima di cinque anni, non superi l’importo di 30mila euro annui per un investimento totale massimo di 150mila euro. Comunque è possibile investire anche poche migliaia di euro ogni volta e far durare il Pir per molti anni. Più o meno il meccanismo è questo: ipotizzando un investimento iniziale di 100 euro, 70 dovranno essere investiti su strumenti, emessi da imprese italiane quotate o non, che svolgono attività diverse da quella immobiliare, o anche società europee ma con stabile organizzazione in Italia. Su questo punto sarebbe interessante capire che cosa si intenda effettivamente per società con stabile organizzazione nel nostro Paese. È sufficiente avere una succursale o avere delle società controllate? Oppure basta avere un rappresentante legale? La risposta è attesa dall’Agenzia delle Entrate.

Comunque, di questi 70 euro, almeno il 30% (quindi 21 euro sui 100) deve essere investito in strumenti emessi da imprese non appartenenti all’indice Ftse Mib della Borsa Italiana o indici equivalenti degli altri Paesi. La somma di liquidità e strumenti diversi dalle azioni (titoli di Stato, obbligazioni e così via) potrà quindi rappresentare al massimo il 30%, mentre il peso di un singolo emittente (sommando azioni e bond) non deve superare il 10% del portafoglio (stesso limite previsto anche per la liquidità sul conto corrente). Gli operatori attendono anche una delucidazione sull’utilizzo che possono fare dei derivati all’interno di questi strumenti.

Ma quanto costano i Pir? Questo è un punto delicato. Se è vero che il risparmiatore investendo su tali prodotti è esentato dall’aliquota fiscale sul capital gain, è altrettanto vero che questa possibilità ha un costo. Analizzando i prospetti sia del Pir già operativo, sia di quelli in fase di partenza ci sono costi di sottoscrizione, di gestione e, spesso, di performance. Il loro ammontare complessivo sarà determinante per consentire al sottoscrittore di capire se il gioco valga la candela. Tradotto: se il vantaggio fiscale non venga vanificato dalle spese, tanto più che c’è anche un vincolo temporale che rappresenta comunque un costo opportunità senza alcuna garanzia di rendimento. I costi dei Pir, poi, in genere variano in base al profilo di rischio (è il caso di Eurizon che lancerà tre prodotti con differente esposizione azionaria 30-50-70%).

Occorre inoltre prestare attenzione a un altro aspetto: nel prospetto informativo il termine Pir dovrà essere ribadito in più parti per non generare alcun equivoco sull’effettiva natura del prodotto. Non si vuole correre il rischio che magari con leve di marketing particolarmente aggressive si venda un prodotto simile ma in realtà diverso dal Pir. Ancora una volta, dunque, occhio ad avere ben chiaro ciò che si compra. Nessun equivoco ci dovrà essere anche sulla politica di investimento. Zenit Sgr, per esempio, si avvia ad apportare le modifiche richieste sul prospetto di due fondi preesistenti, prima di poterli definire Pir. Su questo fronte la Consob ha alzato il livello di attenzione e, confrontandosi con Assogestioni, sta per rilasciare alcuni chiarimenti, ma anche delle avvertenze.

Un altro punto da definire è relativo alla possibilità del cliente di passare da un Pir a un altro della stessa società o di altro emittente. Al momento l’interpretazione prevalente tra le Sgr è quella che lo «switch» non si possa fare. Se lo spostamento avviene prima dei cinque anni, non si ottengono i benefici fiscali e il nuovo Pir riparte da zero. Decorsi i 5 anni, il reddito non sarà invece assoggettato a tassazione. Ma gli stessi operatori non escludono che a breve possa anche arrivare un chiarimento che interpreti la norma in maniera meno restrittiva e consenta quindi lo spostamento in corsa da un Pir all’altro. E se ormai sembra assodato che i Pir non possono avere più di un intestatario e un soggetto non può avere più Pir contemporaneamente, c’è invece ancora qualche dubbio sulla possibilità di aprire diversi Pir intestandoli ai diversi componenti di una stessa famiglia. I Pir sono dunque in vigore, anche se i nodi da sciogliere sono ancora tanti.

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