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Dieci anni di Piazza Affari: i buoni affari e quelli pessimi

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Dieci anni di Piazza Affari: i buoni affari e quelli pessimi

Investire nel 2006 sull’indice FtseMib di Piazza Affari avrebbe portato a una perdita secca di circa la metà dei propri risparmi in dieci anni. A infilare il dito nella piaga della Cenerentola delle Borse occidentali è un’analisi dell’Università Bocconi e di Equita sim che, sin dal titolo (Does Investing in Italian Capital Markets Pay?), si chiede se valga ancora la pena di investire nella Cenerentola dei mercati occidentali. La risposta è: sì, in alcuni particolari segmenti del listino milanese per fortuna vale la pena di investire. Perché fanno guadagnare bene. Vediamo quali sono.

Il rendimento composto annuo 2006-2015 del Ftse All-Share (-8,5% senza contare i dividendi) è particolarmente pesante se confrontato con quello del Cac francese (-1,8%), del Dax tedesco (+1%) e dell’Eurostoxx (-0,6%). A trascinarlo al ribasso è stata la pessima performance dei titoli bancari italiani, che in dieci anni hanno perso in media oltre due terzi del loro valore. Ma c’è un indice di Piazza Affari che ha invece guadagnato il 20% nell’ultimo decennio (circa il 2% annuo): è lo Star, il segmento titoli con alti requisiti dedicato alle medie imprese con capitalizzazione compresa tra 40 milioni e 1 miliardo di euro. Quelle con requisiti di eccellenza come l’alta liquidità (35% minimo di flottante) e una corporate governance allineata agli standard internazionali.

Più in dettaglio, le società dello Star che hanno portato a casa le migliori performance sono quelle con una capitalizzazione medioalta (tra i 500 milioni e il miliardo di euro), spiega lo studio. Peccato però che rappresentino solo il 6% delle società quotate allo Star.

Attenzione poi alla selezione settoriale. In generale, ha fatto purtroppo un pessimo affare chi ha investito nei titoli bancari, immobiliari, chimici, editoriali, assicurativi, tecnologici e legati alle tlc, spiega ancora il report. Azzeccata invece la scelta di puntare su automotive, alimentare, healthcare, servizi finanziari e grande distribuzione, dove i ritorni medi annui hanno oscillato tra l’1% e l'8%. In particolare la moda e il food & beverage, cavalli di battaglia del made in Italy, hanno dato belle soddisfazioni, anche nella loro versione e-commerce.

La performance dei titoli industriali, poi, migliora se consideriamo i corposi dividendi offerti agli azionisti. Al top troviamo le utilities (5,2% di cedola media annua), l’oil & gas (4,9%), la grande distribuzione (3,5%) e le telecomunicazioni (3,3%). Ma in generale l’effetto dividendi si fa sentire su tutto il listino, riuscendo in alcuni casi a mitigare deludenti performance.

Il report sottolinea infatti come nel periodo 2006-2015 siano stati distribuite agli azionisti cedole per oltre 181 miliardi di euro, in parte provenienti proprio da banche (per il 21,7% del totale) e assicurazioni (8,7%). Il dividend yield medio dei titoli bancari è stato del 3,4%, quello degli assicurativi del 2,7% e quello dei titoli non finanziari del 4% medio. Cedole di tutto rispetto, che addolciscono non di poco l’amara pillola della Cenerentola delle Borse.

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