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Parmalat e le scatole cinesi di Lactalis

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Parmalat e le scatole cinesi di Lactalis

  • –Simone Filippetti

Laval è una cittadina agricola di 50mila abitanti a 300 km da Parigi: il quartier generale di Lactalis, il numero uno del latte in Europa (proprietario di Parmalat e Galbani in Italia), è in Rue Adolphe Beck, che non è un personaggio famoso della storia della Francia, ma molto banalmente un vecchio sindaco. La curiosità rivela molto delle radici provinciali della multinazionale. Il colosso alimentare francese, che spazia in 43 paesi, non ha la sede in un qualche imponente palazzo nobile di Parigi, ma in campagna vicino ai pascoli delle mucche, dove fu fondata nel 1933. Che poi siano loro a essere vicini al late o il latte a essere vicini a loro, poco conta. Ma riflette il tradizionalismo della potente e miliardaria famiglia Besnier, padrona di Lactalis.

La prima regola del capitalismo familiare è la segretezza, che i Besnier declinano al limite dell’ossessione. Tanto che negli ultimi 15 anni, la famiglia non risultano aver mai depositato un bilancio della loro azienda.

Un impero costruito nell’ombra, schermato da un labirinto di scatole cinesi da far impallidire la Corporate Italia, molto spesso accusata di abusare di holding, subholding e capogruppo per comandare con pochi soldi.

La ragnatela dei Besnier è roba da esperti enigmisti: la famiglia controlla il 49% della cassaforte Jema 1. La maggioranza (51%) è in mano, separatamente, a capofamiglia Emmanuel Besnier. La Jema 1 e la famiglia a loro volta controllano, la BSA, che è il cuore del gruppo, creato nel 1973 come una società anonima e da allora rimasta tale. Ma anche questa è una holding che ha il 99% di una scatola, la Claudel Roustang che ha sotto un’altra scatola, la Sofil (quella che ha in pancia Parmalat); e pure il 49% della stessa Lactalis che ha a sua volta una quota di minoranza in Sofil-Parmalat.

Adesso però l’Opa lanciata proprio su Parmalat, per toglierla da Piazza Affari, e la Consob li ha costretti a rivelare tutta una serie di informazioni altrimenti ignote.

La fotografia mostra che Lactalis è sì un gigante, ma dai piedi d’argilla.

Nel 2015 (ultimo bilancio disponibile) la multinazionale francese ha sfiorato i 17 miliardi di euro di giro d’affari. Parmalat, che pure è il big del latte in Italia, si ferma «solo» a quota 6 miliardi, tre volte di meno dei francesi. Quando si dice il nanismo dell’industria tricolore. Ma a Collecchio hanno una cosa che a Laval non hanno e che fa gola: la redditività. L’industria alimentare soffre da sempre di margini molto bassi: fare i soldi con il cibo, che è una commodity, è difficile. E questo è ancor più vero nel latte. Sta di fatto, però, che Lactalis ha margini da laboratorio analisi: serve il microscopio per vederli. Nel 2015 i profitti sono stati 366 milioni, che non sono pochi in senso assoluto, e sono pure cresciuti dall’anno precedente, ma che sono una miseria in rapporto al giro d’affari: appena il 2,1%. Parmalat, invece, si aggira storicamente attorno al 4%, che è sempre poco ma è quasi il doppio dei francesi. Ecco perché il Re del Latte ha messo le mani sul gruppo nel 2011, spendendo quasi 4 miliardi; e perché ora smania per prendersi tutta la società.

Domani un nuovo capitolo della saga: Parmalat dovrà dare il suo parere sul prezzo del delisting (2,8 euro, valore contestato dai soci di minoranza, in testa il fondo Amber).

Ecco che Parmalat serve a rimpolpare i bilanci. Senza Collecchio, Lactalis sarebbe una multinazionale di basso rango e con margini ancor più lillipuziani. È l’Italia che aiuta la Francia.

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