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In Piazza Affari arriva il report green

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In Piazza Affari arriva il report green

  • –Vitaliano D'Angerio

Sessanta trilioni di dollari (60mila miliardi) gestiti in tutto il mondo secondo i principi dell’investimento sostenibile così come stabilito dall’Onu. Un fiume di denaro per le aziende quotate che utilizzano le best practice in ambito governance, ambiente e sociale. Da qui la richiesta alle società da parte degli investitori, in particolare di quelli istituzionali, di un flusso di specifiche informazioni su tali temi.

Stamattina a Londra arriverà una risposta a questa esigenza: London Stock Exchange Group e Borsa Italiana presentano «Your guide to Esg reporting», una guida che definisce lo standard per 2.700 aziende quotate in tema di reportistica ambientale, sociale e di corporate governance. «Non è un modello di reporting obbligatorio – tiene a sottolineare Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato di Borsa Italiana –. La guida si ispira al modello di disclosure Onu a cui hanno aderito molte Borse nel mondo». E aggiunge: «Inoltre voglio subito sgombrare il campo da equivoci. Non è un intervento di tipo cosmetico. Le aziende che non si allineano agli standard di informazione, rischiano di perdere i capitali di investitori molto sensibili alle tematiche Esg». Esg è la sigla anglosassone che sintetizza i tre fattori chiave della sostenibilità ovvero l’ambiente (environment), il sociale e la governance.

Intercettare capitali

Non è dunque soltanto una questione di «sostenibilità» ma anche di denaro: se dalle società quotate verranno fornite maggiori informazioni su tali aree, arriveranno più investitori. Come viene infatti evidenziato dalla prima parte del documento di 60 pagine, il 60% degli asset gestiti da investitori europei incorpora strategie sostenibili. Tanto più, come viene spiegato dal Financial Stability Board, l’applicazione dei fattori Esg consentono un maggiore controllo e monitoraggio dei rischi da parte degli investitori. «Gli indicatori Esg servono a misurar e i rischi e la sostenibilità del business – rileva Jerusalmi –. È questo uno dei motivi che ha suscitato l’interesse dei grandi investitori sulle tematiche di responsabilità sociale».

I costi per le «piccole»

Nel documento viene sottolineato che non bisogna essere grandi società per diventare Esg reporter. Anche le piccole e medie imprese hanno l’interesse a fornire più informazioni agli investitori sostenibili per intercettare i loro capitali.

Eppure è innegabile che l’elaborazione di ulteriori report, oltre a quelli già previsti, aumenti la «burocrazia». Conviene dunque alle piccole imprese quotate seguire le indicazioni della guida? «Ogni azienda farà le proprie valutazioni e deciderà se fornire o meno tali informazioni – sottolinea Jerusalmi –. La reportistica sulla sostenibilità comporta oggettivamente un aggravio di attività per le aziende. Ma è essenziale che esse diventino consapevoli dell’importanza di fornire tali informazioni visto che sempre più investitori prendono le loro decisioni in base ai fattori Esg. In particolare c’è grande attenzione sui temi di governance e ambientali mentre sul sociale c’è più ritardo».

I punti chiave

Nella guida sono indicate alcune priorità per un buon report sostenibile. Vengono per esempio dettagliate le caratteristiche delle informazioni sui fattori Esg che devono essere «complete, coerenti, affidabili, comparabili e chiare». Viene poi definito il concetto di «materiality» molto caro agli investitori sostenibili: «L’informazione è material se la sua omissione o cattiva rappresentazione può influenzare le decisioni economiche degli azionisti. Decisioni che vengono prese sulla base dell’intero report». Nel documento non si resta però nel generico visto che all’interno vi sono concreti esempi di reportistica. Ora toccherà alle singole aziende decidere se adeguarsi o meno.

v.dangerio@ilsole24ore.com

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