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Su Premium più alleanze e meno calcio

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Su Premium più alleanze e meno calcio

  • –Andrea Biondi

Da un lato c’è la partita che ha come arbitro Agcom, chiamata a decidere se la contemporanea presenza di Vivendi in Telecom (come primo azionista) e Mediaset (come secondo azionista) violi le disposizioni del Testo unico delle Comunicazioni.

Dall’altra c’è il lavoro per una diversa veste industriale di Premium nel futuro: meno dipendente dal calcio, più snella, ma anche aperta alle alleanze che potrebbero venirsi a creare, magari proprio in tema calcistico. Qualcuno dei new entrant (molti hanno pensato subito a Discovery) potrebbe avere contenuti ma non l’infrastruttura pay? Una Premium pronta a ospitare operatori con asset pregiati potrebbe fare comodo.

È iniziato così per Premium un 2017 che potrebbe rappresentare il punto di svolta per una piattaforma al centro dei dissidio con Vivendi e che ora sembrerebbe tornata prepotentemente al centro dell’attenzione di Sky (si veda altro articolo in pagina). Il tutto all’interno di un mercato che per la pay tv si mostra con sempre maggiori insidie: nel 2016 si è assistito in Italia al sorpasso della pubblicità sui ricavi dei servizi a pagamento. E se questi ultimi sono cresciuti (+2%) il merito è soprattutto della broadband tv e dell’on demand.

I dati sul settore pay tv estratti dall’ultimo Rapporto di It Media Consulting dipingono un quadro in cui l’unione delle forze può davvero rappresentare una necessità strategica. Lo studio della società di consulenza guidata da Augusto Preta quantifica in 3,078 miliardi i ricavi da pay tv nel 2016, contro i 3,010 miliardi del 2015.

Per It Media Consulting Sky Italia rimarrà nettamente il primo operatore, pur con una riduzione della propria market share che diminuirà dal 77% attuale al 74% del 2018. A trarne beneficio stavolta non sarà però Mediaset, che perderà terreno ridimensionandosi al 19% e perdendo così un punto percentuale. A fregarsi le mani saranno invece gli altri operatori che dal 3% del mercato nel 2016 in soli due anni dovrebbero raggiungere il 7% gettando le basi per ulteriori incrementi.

Le tv online, i nuovi servizi on demand : i grattacapi non mancano per la pay tv tradizionale. Mediaset da questo punto di vista ne ha già fatto le spese, con una Champions League che, pagata a caro prezzo, doveva fare da killer application rubando migliaia di clienti a Sky ma che invece, pur spingendo oltre i 2 milioni il numero di abbonati, ha portato scompiglio nei conti, con perdite per 84 milioni nel 2015 e di 100 milioni nella prima parte del 2016.

Paradossalmente è andata molto meglio a Sky, pur senza Champions, con ricavi al 31 dicembre 2016 in crescita del 4% a basi omogenee e incremento di clienti (+67mila unità). Ma si parla pur sempre di una realtà con 2,8 miliardi di ricavi e perdite per 38 milioni nell’esercizio a giugno 2016 (utile di 24 milioni nel 2015). Che sia perdita o profitto, non si parla insomma di grandi numeri. E non a caso la media company di casa Murdoch ha avviato un piano di riorganizzazione che prevede anche lo spostamento, contestato da giornalisti e dipendenti, di Sky Tg24 da Roma a Milano.

Nel frattempo ci sarà da verificare cosa deciderà Agcom nella partita Mediaset Vivendi. Il tassello è fondamentale. Si potrebbe andare anche oltre aprile, con una proroga di 60 giorni. Ma l’impressione che si raccoglie è che l’opzione non sarà esercitata. Qualunque sia il risultato finale.

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