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Il prezzo del tempo sprecato

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Il prezzo del tempo sprecato

Per ilclosing ci vorrà ancora un po’ di pazienza, ma con la cessione a Bper di CariFerrara si gettano le basi per chiudere definitivamente la cessione delle quattro good banks nate dal salvataggio di novembre 2015. Il conto, secondo le stime del Sole, è salatissimo: circa 5 miliardi e mezzo, più del doppio di quanto venne pagato per il Banci di Napoli, all’epoca 3.500 miliardi di lire.

Prima Ubi (a cui andranno Banca Marche, Etruria e CariChieti), poi Bper hanno acquistato al prezzo di un euro (e dopo aver ottenuto la garanzia di una ricapitalizzazione da parte del Fondo di risoluzione), dunque di good c’era rimasto evidentemente ben poco. E questa, probabilmente, è la prima lezione che si trae dalla vicenda: il tempo che si spreca, si paga. E pure con gli interessi.

Oggi, viste le condizioni poste dal mercato e dai regolatori, stare in piedi è già un miracolo per una banca normale; figuriamoci per chi è in vendita, sottoposto a una pressione aggiuntiva da parte della Vigilanza e per di più non in grado di avviare azioni strutturali di riduzione dei costi e di rilancio. I cda guidati da Roberto Nicastro hanno fatto il possibile, ma oggi più che mai il tempo gioca a sfavore di una banca in vendita: è un messaggio che la politica, i regolatori e le stesse banche devono tenere ben presente, viste le tante altre situazioni in sospeso, da Mps alle ex popolari venete, fino a Cassa di risparmio di Cesena, Rimini e San Miniato. Prima si trova una soluzione, più si risparmia.

E il messaggio va ribadito anche sui tavoli europei, che vedono una debole Italia alle prese con il rigore a oltranza dei regolatori: il maldestro salvataggio di Etruria & Co è nato per non forzare la mano con la Commissione europea che aveva avuto da ridire sull’operazione imbastita con risorse private su Tercas, dove l’Italia era stata accusata di aver violato le norme sugli aiuti di Stato. Se all’epoca si fosse provato a tenere il punto, forse, non ci si sarebbe imbarcati in un’operazione lunga, macchinosa e disarmante. Che di buono ha solo un aspetto: si è riusciti a non coinvolgere gli obbligazionisti senior, come il burden sharing avrebbe richiesto, e neanche i correntisti. Con i loro 12 miliardi di raccolta protetta.

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