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Dossier Fca sul tavolo Volkswagen

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Dossier Fca sul tavolo Volkswagen

  • –Andrea Malan

Il dossier Fiat Chrysler è sul tavolo di Matthias Müller, numero uno del gruppo Volkswagen. O meglio, per ora è in un cassetto a causa del dieselgate: il manager tedesco e la sua squadra hanno visionato le proposte delle banche di investimento e hanno ragionato sull’ipotesi di un’acquisizione - totale o parziale - di Fca, decidendo poi di non farne nulla, almeno per ora. «Attualmente abbiamo altro da fare» aveva detto Müller la settimana scorsa a Ginevra, e «non vedo Marchionne da mesi». La chiusura a una trattativa era però solo apparente, e lo stesso Müller ha corretto il tiro ieri alla conferenza stampa annuale di bilancio, a Wolfsburg: «Non ho mai detto che una liaison con un altro costruttore è completamente esclusa»; il top manager di Wolfsburg si è detto «fiducioso nel futuro di Volkswagen, con o senza Marchionne». Il tema, insomma, potrebbe tornare d’attualità al momento giusto; diciamo un paio d’anni o anche meno, a seconda di quanto rapidamente il manager tedesco e la sua squadra riusciranno a lasciarsi alle spalle le conseguenze dello scandalo, ma anche di come si evolverà il mercato europeo e delle prospettive delle nuove tecnologie - in primis quella elettrica - in cui Vw promette di investire a fondo di qui al 2025.

Che la Volkswagen sia aperta a nuove intese, anche nel dopo-dieselgate, lo dimostra il memorandum di intesa appena siglato per una cooperazione con l’indiana Tata (e quello recente con la cinese Jac per un’auto elettrica). E in un testa a testa con Toyota e Renault/Nissan per il primato mondiale, non è detto che le antiche ambizioni «imperiali» del gruppo tedesco non tornino a galla.

Per ora Müller - che l’anno scorso ha guadagnato poco meno di 8 milioni di euro, molto meno del suo precedessore Winterkorn - può mostrare un bilancio soddisfacente per un 2016 in cui il gruppo ha dovuto ancora sopportare oneri rilevanti per lo scandalo dei motori diesel truccati. «Siamo tornati in pista» ha detto; i dati fondamentali, anticipati due settimane fa, vedono un aumento delle consegne di autoveicoli del 4% a 10,3 milioni di unità, che le ha permesso di conquistare il primato mondiale davanti alla Toyota. Il fatturato è cresciuto del 2% al livello record di 217,3 miliardi di euro, l’utile operativo - anch'esso record - è stato di 14,6 miliardi prima di 7,5 miliardi di oneri straordinari (di cui 6,4 per il dieselgate). L’utile netto di 5,14 miliardi (dopo la perdita di 1,6 miliardi subìta nel 2015) permette al cda di proporre un dividendo di 2 euro per i titoli ordinari e 2,06 euro per le azioni privilegiate; queste ultime, quelle diffuse presso il pubblico degli investitori, hanno perso ieri poco meno del 2% a 141,4 euro.

Al gruppo non mancano i fondi per eventuali acquisizioni: la liquidità netta della divisione auto era di circa 27 miliardi a fine 2016, anche se Vw deve conservare un cuscino sufficiente ad assorbire gli esborsi di cassa per gli oneri del dieselgate contabilizzati ma non ancora liquidati. Il lavoro sui rimedi alla crisi del diesel prosegue: Vw «ripara 200mila veicoli alla settimana» ha detto il manager, e «conta di finire il lavoro entro quest’autunno».

Müller ha ribadito ieri che per il 2017 punta a un aumento «moderato» delle vendite rispetto al 2016, un incremento «fino al 4%» del fatturato e un margine operativo sui ricavi compreso fra il 6 e il 7%.

I dati per marchio, resi noti ieri, confermano che è proprio la marca ammiraglia Volkswagen ad avere sofferto di più delle conseguenze del dieselgate: anche senza i costi straordinari, il risultato operativo della marca nel 2016 è sceso del 10% a 1,9 miliardi di euro, per un margine sulle vendite calato dal 2 all’1,8%. Il rallentamento è attribuito dal gruppo al calo dei ricavi e ai maggiori costi di marketing legati al dieselgate. Herbert Diess, responsabile del brand Vw, si è detto comunque soddisfatto dei risultati e ha detto che «i costi sono stati ridotti di 800 milioni, di cui 300 nella sola Germania». L'obiettivo di Vw è di tagliare i costi di 3,7 miliardi annui entro il 2020.

La Cina resta di gran lunga il maggiore mercato del gruppo, con 4 milioni di unità vendute (più dei 3,4 di tutta l'Europa) e un contributo di 5 miliardi di euro al risultato operativo. Tra gli altri marchi del gruppo, il grosso dei profitti arriva da Audi (4,8 miliardi, in calo da 5,1, da cui vanno poi dedotti 1,8 miliardi di oneri per il dieselgate) e da Porsche (3,9 miliardi, +14%); bene anche Skoda, con con balzo dei profitti a 1,2 miliardi e un margine sulle vendite dell'8,7%, secondo solo a quello di Porsche. Torna infine in attivo (per 153 milioni) anche la spagnola Seat.

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