Finanza & Mercati

Perché i mercati non temono il voto olandese (e guardano invece alla…

politica e investimenti

Perché i mercati non temono il voto olandese (e guardano invece alla Francia)

Chi ha paura delle elezioni olandesi? A giudicare dai movimenti dei mercati pochi investitori sembrano essersi accorti che oggi nei Paesi Bassi si inaugura una delle stagioni elettorali più incerte e cruciali che l’Europa intera abbia vissuto negli ultimi decenni: sui listini azionari si scambia senza particolari tensioni e si attende semmai l’altro appuntamento chiave della serata, cioè la riunione della Federal Reserve che deciderà sui tassi Usa. Stessa cosa sui titoli di Stato, dove il rendimento del decennale olandese resta piuttosto tranquillo a una ventina di centesimi da quello del Bund, a differenza di quello italiano e pure di quello francese.

Un peso specifico diverso
Perché dunque il mercato sembra non curarsi dell’avanzata del Pvv, il Partito per la Libertà, populista e antieuropeista guidato da Geert Wilders? E perché non teme che un suo successo possa funzionare da volano per altre forze che in altri Paesi lavorano nella stessa direzione, contraria all’unità dell’Eurozona? Il motivo che subito verrebbe in mente è che l’Olanda, con i suoi poco meno di 17 milioni di abitanti, abbia un peso specifico di gran lunga inferiore a Paesi ben più grandi come Germania, Francia (entrambe chiamate alle urne nei mesi successivi ed entrambe pronte ad affrontare situazioni potenzialmente simili a quelle che si sono create in Olanda) e anche l’Italia.

Ma il germe dell’insicurezza, a livello di mercati, può anche svilupparsi in ambienti più ristretti, e la Grecia in tempi non molto lontani ci ha fornito qualche esempio in merito. E allora viene da pensare che il mercato non creda fino in fondo in un successo di Wilders, né in un possibile referendum che conduca alla «Nexit», l’uscita dell’Olanda dall’euro. Il perché ce lo spiega Han Rijken, che gode di un punto di vista privilegiato perché è a capo del desk di investimento dedicato al credito di Nn Investment Partners, società di gestione che ha proprio sede principale ad Amsterdam.

Il nodo del sistema proporzionale
«È molto improbabile che Wilders possa ottenere la maggioranza nella Seconda Camera - spiega Rijken - e il suo partito probabilmente non diventerà neanche parte del nuovo gabinetto olandese, in quanto altri leader politici come l'attuale primo ministro e leader del Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia, Mark Rutte, hanno già escluso l’ipotesi di formare un governo con loro». I punti chiave sono dunque essenzialmente due: secondo i sondaggi il Pvv non sembra essere più in costante ascesa come qualche mese fa, anzi potrebbe non essere neppure il più votato dagli elettori; in più il sistema elettorale di tipo proporzionale porta inevitabilmente a un governo di coalizione, ma nessuno appare intenzionato ad allearsi con Wilders dopo l’esito delle urne.

L’ipotesi referendum su «Nexit» si allontana
Anche per questo, l’ipotesi di una consultazione per l’uscita dei Paesi Bassi dall’Unione europea o dall’euro appare al momento piuttosto remota. «Una posizione molto più forte del Pvv - aggiunge Rijken - potrebbe portare un tale referendum più vicino, ma si tratterebbe di una lunga battaglia politica, che coinvolgerebbe entrambe le Camere del Parlamento», aggiunge Rijken. Al momento in Olanda un referendum consultivo è possibile solo su misure legislative approvate, ma non ancora esecutive e ciò, secondo il gestore di Nn Ip «esclude ovviamente la questione dell’appartenenza dell’Olanda all’Ue: un referendum consultivo al riguardo avrebbe bisogno di una maggioranza assoluta in entrambe le Camere del Parlamento».

La Francia e i possibili «colpi di coda»
Certo, l’esito delle elezioni olandesi potrebbe comunque giocare un ruolo all’interno di un quadro più ampio caratterizzato da un crescente populismo anti-Ue, e viene immediato pensare a Germania, Italia e soprattutto Francia. Ancora una volta, quando si guarda alla corsa per l’Eliseo, i sondaggi sembrerebbero rassicuranti dato che Marine Le Pen e il suo Fronte Nazionale sono dati vincenti al primo turno, ma non al decisivo ballottaggio. Il rischio di una disgregazione dell’Eurozona parrebbe dunque scongiurato. Ma il 2016 di Brexit e Trump ci ha sicuramente insegnato a prendere con un briciolo di cautela in più le indicazioni pre-elettorali: i «rischi di coda» sono sempre dietro l’angolo.

© Riproduzione riservata