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Opec in difficoltà di fronte all’incubo delle scorte

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Opec in difficoltà di fronte all’incubo delle scorte

Dagli Stati Uniti, all’Europa, fino all’Asia. Le scorte petrolifere hanno ricominciato a salire ovunque, tornando a imporsi come il problema numero uno per il mercato: un problema che ha ricominciato a schiacciare al ribasso le quotazioni del greggio e che sembra condannare l’Opec a proseguire per altri sei mesi i tagli di produzione, a costo di rinvigorire ulteriormente i più veloci e opportunisti tra i suoi concorrenti, gli americani dello shale oil.

L’Arabia Saudita, il più potente e influente tra i Paesi Opec, ha ormai segnato il cammino per i prossimi mesi: al vertice del 25 maggio bisognerà sancire una proroga dei tagli produttivi. L’alternativa è che il gruppo si spacchi, dando il via ad una nuova guerra dei prezzi, potenzialmente ancora più spietata di quella che si è appena conclusa.

Per Riad ha parlato il ministro del Petrolio Khalid Al Falih. E le sue dichiarazioni, rilasciate a Bloomberg Tv, non lasciano spazio a equivoci: i tagli proseguiranno «se le scorte saranno ancora sopra la media degli ultimi cinque anni, se non vediamo un atteggiamento positivo delle compagnie e degli investitori sulla salute dell’industria petrolifera globale».

«Faremo qualsiasi cosa serva per riportare in salute l’industria», ha aggiunto il saudita: «whatever it takes», come Mario Draghi nel celebre discorso del 2012, che eresse la Bce a baluardo dell’euro.

La riduzione delle scorte petrolifere è sempre stata indicata come lo scopo primario dell’azione dell’Opec e dei suoi alleati. Ma Al Falih non aveva mai preso posizione in modo così netto sul tema. Oggi si spinge addirittura oltre, promettendo di governare il mercato fino al completo ristabilirsi della fiducia.

Anche l’obiettivo minimo di ricondurre le scorte a livelli accettabili sembra però impossibile da centrare in tempi brevi.

L’analisi presentata questa settimana dall’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) è spietata. In gennaio solo nell’Ocse le scorte petrolifere sono risalite di 48 milioni di barili, cancellando il 40% dello smaltimento dei 5 mesi precedenti e tornando sopra la soglia psicologica di 3 miliardi di barili. L’eccesso rispetto alla media degli ultimi 5 anni è di 297 mb, calcola Bloomberg, e ci vorrebbero consumi ben più robusti di quelli attuali per farlo sparire entro fine maggio.

Nonostante i tagli Opec, finora molto disciplinati, a finire negli stoccaggi in gennaio è stato soprattutto greggio, con 32,3 mb – ossia oltre un milione di barili al giorno – accumulati non solo negli Usa dello shale oil, ma anche in Europa (ben 12,8 mb). La ripresa della produzione americana, già risalita sopra 9 milioni di barili al giorno, ai massimi da un anno, racconta in effetti solo una parte della storia. Lo stesso vale per l’avvio delle manutenzioni nelle raffinerie.

Le nuove scorte sono in gran parte barili di greggio che gli stessi Paesi Opec si sono precipitati ad estrarre e ad esportare prima che entrassero in vigore i tagli, ma che sono giunti a destinazione dopo.

A dire il vero non sembra essere stata soltanto l’Opec ad aumentare le estrazioni a fine 2016. In base a dati raccolti da oltre 1.200 giacimenti Leonardo Maugeri, senior fellow del Belfer Center (Università di Harvard) conclude che «quasi ovunque nel mondo» c’è stata «un’impressionante accelerazione della produzione petrolifera mondiale, iniziata tra settembre e ottobre 2016 e culminata a dicembre 2016 e nelle prime settimane di gennaio 2017».

L’Opec sarebbe passata in quel periodo da 30,9 a 33 mbg di produzione, ma anche i non Opec – dalla Russia al Nord America, fino al Brasile e al Mare del Nord – avrebbero aggiunto sul mercato un altro milione di barili al giorno.

«Questo scenario di continuo eccesso di offerta – conclude Maugeri – potrebbe essere attenuato da una robusta crescita della domanda, ma dati e analisi preliminari non fanno presagire uno sviluppo del genere».

Segnali di un ritorno del surplus si stanno intanto manifestando anche sul mercato fisico, con differenziali di prezzo in picchiata per diverse qualità di greggio e un numero crescente di carichi a mare in attesa di un acquirente, soprattutto (ma non solo) in Asia, mercato conteso dai produttori di tutto il mondo.

ClipperData, che monitora i trasporti marittimi, segnala in particolare il ritorno di stoccaggi galleggianti al largo di Singapore, nonostante non ci siano le condizioni economiche favorevoli a questo tipo di speculazione. «Non ci sono ancora segnali di smaltimento del surplus in Asia, ma quanto meno ha smesso di crescere», rassicura la società.

L’Opec però dovrà tenere duro, perseguendo una disciplina impeccabile sia tra i suoi membri (l’Arabia Saudita ora copre le mancanze di altri, a cominciare dall’Iraq), sia tra gli alleati esterni, che hanno fatto solo il 43% dei tagli promessi.

Se non torna a crescere ai ritmi di un tempo, lo shale oil in definitiva potrebbe essere un problema minore.

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