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Dieci anni fa la bufera «subprime». Tre lezioni dalla…

ricorrenze finanziarie

Dieci anni fa la bufera «subprime». Tre lezioni dalla «grande crisi»

(Reuters)
(Reuters)

La foto con le scatole di cartone riempite degli effetti personali dei dipendenti di Lehman Brothers. La gran parte di noi associa a questa immagine il ricordo della tempesta finanziaria che ci ha investito negli scorsi anni, la «crisi del secolo», come è stata definita: era il 14 settembre del 2008, ma in realtà le cose iniziarono a non girare per il verso giusto già più di un anno prima. Già più di un anno prima il pubblico iniziò infatti a familiarizzare con i subprime, i mutui concessi con eccessiva disinvoltura alle famiglie meno solide negli Stati Uniti, e con molte diavolerie finanziarie (spesso sintetizzate da sigle esoteriche come Abs, Cdo, Clo, etc etc) che permisero la propagazione del virus in tutto il mondo con una rapidità senza precedenti.

È nel marzo del 2007, se proprio si vuole stabilire un punto di partenza, che si hanno i primi eventi di rilievo: il 12 del mese le azioni di una società poco conosciuta come New Century Financial, che come attività principale aveva appunto la concessione di mutui subprime alla propria clientela, vengono sospese perché è a rischio la solvibilità dell’azienda stessa. Pochi si rendono conto della portata dell’annuncio, ma da lì in poi sarà un continuo crescendo di eventi, che coinvolgerà prima il resto degli Stati Uniti, poi il mondo intero: Countrywide, Bear Stearns, la francese Bnp Paribas in estate, la britannica Northern Rock in autunno. Ci saranno le azioni concertate delle Banche centrali (Fed e BoE taglieranno ripetutamente i tassi, mentre la Bce come al solito si muoverà con ritardo e addirittura in senso contrario in un primo momento). E arriveranno anche i salvataggi di Stato (ma non in Italia), mentrei mutuatari di casa nostra inizieranno a fare i conti con l’Euribor «impazzito». Mesi prima di sentir parlare di Lehman, come si vede nel grafico sotto.

2007, L'ANNO CHE CAMBIO’ IL MONDO FINANZIARIO
(Fonte: Aberdeen)

Lezione 1: distinguere il sintomo dalla malattia
A dieci anni di distanza non è ancora semplice capire come tutto ciò sia potuto accadere, ma qualche lezione da quella crisi la si può trarre. Ad analizzarla ci aiuta Lucy O’Carroll, capo economista di Aberdeen, che come molti colleghi allora fu suo malgrado coinvolta in quella traumatica esperienza. La prima indicazione è che occorre essere rapidi nel saper distinguere un semplice sintomo dalla vera malattia: «Nell’agosto del 2007 le banche avevano chiaro in mente di avere un problema di liquidità, non uno di solvibilità, e pensarono che una volta risolto quello tutto sarebbe di nuovo filato per il verso giusto», esordisce O’ Carrol. Si pensò che facendo poco o niente, se non concentrandosi sulla copertura sulle esigenze di funding di breve termine, l’annus horribilis 2007 sarebbe potuto scivolare via, come molti altri in precedenza.

Quelle difficoltà si rivelarono invece un sintomo di un problema grave e ben più radicato, ma il mondo intero se ne accorse soltanto qualche mese dopo, quando ormai era troppo tardi. «Le banche non capirono i due problemi che stavano alla base stessa dei loro modelli di business, cioè l’eccessiva dipendenza dai finanziamenti all’ingrosso e il fatto di aver concesso a loro volta prestiti su progetti molto dubbi, e quando realizzarono tutto ciò si era già di fronte a un fenomeno di insolvenza per fronteggiare il quale erano necessarie ingenti iniezioni di capitale», aggiunge O’Carroll. Qualcuno riuscì a sopravvivere, molti altri (Lehman compresa) no, altri ancora (le banche italiane, per esempio) rimandarono colpevolmente l’intervento agli anni successivi.

Lezione 2: mai pensare che qualcosa di molto negativo non possa realizzarsi
Il secondo elemento chiave è ancora una volta legato all’eccessivo ottimismo mostrato dai manager, così come dagli operatori sui mercati finanziari. «Se qualcosa di molto negativo non è mai avvenuto, non è detto che non possa mai realizzarsi», avverte O’Carroll: un altro modo per dire che prima della crisi finanziaria si continuavano a declamare esempi di shock ai quali negli ultimi 10-15 anni si era sopravvissuti, senza per questo mettere a repentaglio l’espansione economica globale.

«In nome del concetto chiave della “grande moderazione” - spiega l’analista di Aberdeen - si era riusciti a far finire in secondo piano tutto, dalla “bolla internet” all’impennata dei prezzi delle materie prime, e si pensava di poter fare lo stesso con i problemi dell’immobiliare Usa. Non si era però tenuto conto dei legami che tutto questo aveva con le tendenze in atto nel settore prima del crack: in particolare il fatto che i bassi tassi di interesse stavano incoraggiando una massiccia espansione del credito e un deterioramento nella qualità di esso».

Lezione 3: chi sopravvive a una crisi finanziaria ha elementi in comune
Molti istituti di credito, dai più grandi a quelli di dimensioni ridotte, non riuscirono a sopravvivere alla tempesta. È facile però riconoscere in chi ha superato l’ostacolo (oltre che l’effetto degli aiuti di Stato) alcuni caratteri comuni che li hanno resi più solidi alla prova dei fatti. «Molti sono riusciti a mantenere una sufficiente flessibilità per navigare nei mari in burrasca - sottolinea O’Carroll - e lo hanno fatto soprattutto grazie a una combinazione di elementi che comprende una pianificazione intelligente, un’offerta robusta di prodotti e servizi, un flusso solido di finanziamenti e livelli gestibili di debito pre-esistente».

Il legittimo dubbio: Dieci anni dopo la storia può ripetersi?
Resta il legittimo dubbio se al giorno di oggi il mondo si possa a ragione ritenere al riparo dalle crisi finanziarie. «Attingere alla lezione di cosa è avvenuto dieci anni fa ci rende probabilmente più sicuri sull’eventuale ritorno dello stesso tipo di crisi, ma la storia tende a fare rima con se stessa piuttosto che ripetersi, la prossima crisi finanziaria sarà probabilmente differente e la supponenza del mercato e dei banchieri si manifesterà in un modo diverso», avverte O’Carroll. Mai mostrarsi troppo sicuri, tantomeno arroganti.

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