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Eni, l’ultimo traguardo centrato in Angola

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Eni, l’ultimo traguardo centrato in Angola

Il progetto East Hub appena avviato da Eni in Angola rappresenta un tassello importante dell’Eni targata Descalzi e rinvia al Blocco 15/06, il principale asset del gruppo nel paese africano. Le attività dell’area riguardano circa 450 milioni di barili e sono imperniate su due binari: l’East Hub appunto, avviato in anticipo di 5 mesi rispetto al piano di sviluppo, e il West Hub, sanzionato nel 2010 e partito quattro anni dopo. Quest’ultimo costituisce laprima attività produttiva operata dal Cane a sei zampe in Angola. Qui la N’Goma, l’altra unità galleggiante di produzione e stoccaggio presente nell’offshore del paese (a distanza dalla costa), ha già allacciato i campi di Sangos, Cinguvu, Mpungi e Mpungi North.

Eni: il ceo Claudio Descalzi lancia il progetto East Hub in Angola

Le attività del gruppo nel paese
L’Eni è sbarcata in Angola nel 1980 tramite la controllata Eni Angola e oggi l’attività del gruppo è concentrata soprattutto nell’offshore convenzionale e profondo per una superficie complessiva sviluppata e non sviluppata di oltre 21mila chilometri quadrati (di cui più di 4mila i quota Eni). Al di là dei blocchi produttivi partecipati dal gruppo - il più importante dei quali, come detto, è il 15/06 - l’Eni detiene anche una quota del 13,6% nel consorzio Angola Lng che gestisce un impianto di liquefazione, presso Soyo, avviato nel 2013 e in grado di processare 28,3 milioni di metri cubi al giorno producendo 5,2 milioni di tonnellate l’anno di gas naturale liquefatto oltre a 50 mila barili giornalieri di condensati e Gpl. Il gruppo partecipa poi con il 20% nel consorzio Gas Project.

Eni inaugura l'avvio della produzione dell'East Hub Project in Angola

Il modello operativo dell’upstream
Come l’Egitto e il Congo, l’Angola è un esempio molto chiaro del modello operativo upstream battuto dall’Eni, basato su due aspetti: l’esplorazione che ha permesso al gruppo di avere un’enorme quantità di risorse scoperte (e altre arriveranno visto che l’Eni stima 2-3 miliardi di nuovi barili nell’ultimo piano strategico presentato a Londra a inizio marzo) a costi unitari molto bassi; e , inoltre, un approccio “design to cost”, dall’esplorazione alla produzione. In cosa consiste? In sostanza, l’Eni ha deciso di focalizzare ogni scelta, fin dall’inizio del lavoro su una nuova scoperta, sui tempi di commercializzazione (il cosiddetto “time-to-market”) e sull’ottimizzazione dei costi necessari per convertire le risorse in produzione. È quello che è successo per Coral in Mozambico e Zohr in Egitto per i quali l’Eni ha assunto la Fid (decisione finale d’investimento), mentre era ancora in corso la gase esplorativa, e, appunto, per il Blocco 15/06 in Angola, per Noroos in Egitto e per Marine XII in Congo. Per questi, l’Eni ha già iniziato la produzione, ma continua contemporaneamente a valutare il potenziale dell’area.

La spinta delle nuove scoperte
Grazie a questo approccio, come ha ricordato anche Descalzi davanti agli analisti in occasione dell’Investor Day di Milano, qualche giorno fa, dal 2008 a oggi, l’Eni ha scoperto 13 miliardi di barili di risorse, 2,5 volte il volume della produzione equity dello stesso periodo. Tutte le scoperte, poi, sono convenzionali e diffuse in 10 bacini diversi e, altro elemento importante, il costo medio unitario di esplorazione per il gruppo di Descalzi è pari a 1,2 dollari al barile, cioè il 20% del costo medio del settore. Efficientando la macchina e lavorando a ridurre i costi, l’Eni è riuscita infatti a ridurre l’esborso necessario per far girare l’upstream (esplorazione e produzione): in altri termini, sia sul fronte delle nuove scoperte che della messa in produzione degli asset già rinvenuti, l’Eni è riuscita ad abbassare moltissimo l’asticella dei costi, più di quanto abbiano fatto i suoi competitor.

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