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Gli hedge funds perdono l’ottimismo sulle materie prime

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Gli hedge funds perdono l’ottimismo sulle materie prime

Si erano rituffati con troppo entusiasmo sulle materie prime. E con lo stesso slancio hanno fatto marcia indietro: i fondi di investimento hanno ritirato dal tavolo un numero record di scommesse rialziste nella settimana al 14 marzo, quella che ha preceduto l’ultima riunione della Federal Reserve, chiudendo – solo sui mercati statunitensi – ben 370mila posizioni “lunghe” su futures e opzioni.

Molte liquidazioni hanno riguardato il petrolio. Ma non c’è un solo epicentro per il terremoto, che non ha risparmiato quasi nessuna commodity.

Un esodo di queste dimensioni non era mai stato registrato dalle statistiche Cftc, pubblicate dal 2006. Ma la maggior parte degli analisti non lo interpreta come il segnale di una nuova inversione del ciclo (ammesso che quello rialzista fosse davvero già cominciato), quanto come la salutare – e attesa – reazione alla sbornia degli ultimi mesi, in cui il mercato si era spinto ben oltre quanto fosse giustificato dai fondamentali, sia in termini di prezzi sia in termini di posizionamento degli investitori.

«I mercati hanno prezzato robuste aspettative di futura domanda e di calo delle scorte», osservava già a fine febbraio Goldman Sachs, constatando la scarsità di elementi concreti a sostegno di tanto ottimismo. «Fatemi vedere l’attività, vera domanda, veri cali delle scorte e magazzini vuoti».

«Da qualche tempo – commenta Ole Hansen, commodity strategist di Saxo Bank – eravamo preoccupati dal gap tra il posizionamento dei fondi e e la reale performance delle materie prime chiave». Negli ultimi 11 mesi, fa notare Hansen, il Bloomberg Commodity Index si è mosso poco ma le scommesse rialziste sono aumentate molto rapidamente.

Sul petrolio in particolare gli hedge funds avevano assunto una posizione estrema:  considerando Wti e Brent, la proporzione tra “lunghi” e corti” il 21 febbraio si era spinta fino a 10,3:1. Ora è scesa a 4,4:1.

Il cambio di atteggiamento – indotto dalla salita delle scorte petrolifere e dai dubbi sull’efficacia dei tagli dell’Opec – è stato radicale. Le posizioni nette lunghe (all’acquisto) sul Wti, che avevano già mostrato una prima riduzione, nella settimana al 14 marzo sono crollate addirittura del 23% – un record – portandosi ai minimi da dicembre (288.774 lotti). Non ci sono state solo liquidazioni, ma anche l’apertura di nuove scommesse, stavolta ribassiste: i “corti” sono addirittura raddoppiati (a 98.167). E pure i soggetti commerciali, forse impegnati in nuove operazioni di hedging, hanno incrementato le vendite a termine, aggiungendo altri “corti” e accentuando così la pressione sul prezzo del barile.

Sul Brent si è intanto assistito a movimenti analoghi, sebbene un po’ meno accentuati, con un calo del 14% (a 405.986) delle posizioni nette lunghe dei fondi.

La fuga dei rialzisiti – legata anche all’aspettativa (sbagliata) che la Fed si mostrasse più aggressiva – ha del resto riguardato quasi tutte le materie prime, compreso l’oro, che ha subito un taglio del 47% dei lunghi netti al Comex. Altri drastici riposizionamenti hanno riguardato i cereali (in particolare il mais, per cui ora prevalgono i ribassisti) e la soia, in cui i lunghi sono quasi scomparsi.

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