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Se i Pir finanziano in primis le banche

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Se i Pir finanziano in primis le banche

Dalle parole ai fatti. Dallo scorso autunno, con la definizione e successiva approvazione della legge di Stabilità, che ha introdotto nel nostro ordinamento i Pir (Piani individuali di risparmio), è stato un susseguirsi di dichiarazioni da parte dei gestori di fondi comuni pronti a sostenere l’economia reale con i nuovi “contenitori” del risparmio degli italiani. L’obiettivo è di canalizzare in modo stabile e duraturo risorse soprattutto verso quelle piccole medie imprese che fanno fatica a finanziarsi attraverso il canale bancario. Ma il rischio di indirizzare solo flussi marginali di risparmio all’economia reale con i Pir è davvero alto.

La conferma arriva dal monitoraggio condotto da Plus24 tra i gestori che hanno già lanciato i Pir e adesso iniziano a sciorinare i numeri dei milioni di euro raccolti. Ma dove sono state indirizzate queste risorse? I fondi comuni (e quindi anche i Pir offerti con questa veste) sono tenuti a comunicare la composizione del portafoglio solo nei rendiconti semestrali, che perdipiù sono redatti e resi pubblici con un gap temporale di mesi. E i gestori interpellati hanno risposto, solo a grandi linee, dove hanno dirottato le somme finora raccolte con i Pir.

Da Eurizon Capital fanno sapere che per policy interna non possono dare il dettaglio delle aziende su cui investono gli oltre 100 milioni di euro già versati da circa 14mila clienti del gruppo Intesa Sanpaolo nei tre Pir lanciati a fine febbraio. Anche da Pioneer Investments rispondono che occorre attendere il report semestrale del fondo per poter dare evidenza dei principali titoli in portafoglio del Pir Pioneer Risparmio Italia che da fine gennaio a raccolto circa 50 milioni. Il gestore del fondo, Enrico Bovalini, precisa però che «come prevede la normativa il 21% del Pir è investito su small e mid cap italiane: stiamo privilegiando le società quotate sul listino Ftse Mid Cap, focalizzandoci in particolare sul settore finanziario, sui consumi discrezionali e sulle imprese industriali, ma anche l’area farmaceutica e quella delle utility sono componenti significative».

Senza entrare nel dettaglio di come viene ripartito l’investimento tra medie e piccole imprese, Lucio De Gasperis, dg di Mediolanum Gestione Fondi, risponde che «l’ammontare di raccolta riconducibile ai due prodotti a scaffale Pir compliant appena lanciati è già pari a 200 milioni di euro. Di questi, 170 milioni sono investiti in Italia, di cui 86 milioni nelle Pmi. La percentuale investita al di fuori del FtseMib è pari pertanto al 43%, ben superiore al minimo richiesto del 21%».

Ma a scorrere i primi 10 titoli in portafoglio di tutti i fondi Pir (quando sono pubblicati con cadenza mensile sui siti internet delle Sgr) per la legge dei grandi numeri ci sono quasi sempre solo titoli appartenenti al Ftse Mib, perdipiù di società che operano in primis nel settore finanziario. Altro che Pir come strumento di sostegno alle Pmi alternativo al canale bancario. Alla fine le risorse dei Pir vanno a finanziare principalmente le banche. Tra i primi 10 titoli attualmente in portafoglio del Pir Anima Crescita Italia comunicati a Plus24 dalla Sgr partecipata da Banco Bpm (14,7%) e Poste Italiane (10,3%), figurano azioni FinecoBank e bond emessi da Ubi, Bper, Generali, UniCredit e Intesa Sanpaolo. Mentre il primo titolo in portafoglio è un fondo della stessa Sgr, Anima Valore Globale, sul quale è investito ben l’8% del patrimonio del Pir.

«I nostri due Pir - afferma Marco Rosati, ad di Zenit Sgr - hanno una quota di titoli di Pmi italiane molto rilevante. In particolare il fondo azionario viaggia con percentuali intorno al 20-30% di titoli del Ftse Mib e il 70-80% in mid cap; solo il 10% circa è investito in azioni dell’Aim, che equipariamo ai titoli non quotati perché sono in buona misura illiquidi». Le azioni delle società quotate all’Aim per molti gestori rientrano di default nel calcolo del 10% massimo di titoli non quotati in cui un fondo può investire. «Abbiamo necessità di selezionare in primis titoli liquidi - fa eco Marco Nascimbene, gestore del Pir Fondersel Pmi -. Sul nostro Pir il 40% circa del portafoglio è investito sui principali 40 titoli del listino che compongono il Ftse Mib. Mentre sulle small cap c’è solo il 6% e in particolare sull’Aim abbiamo posizioni esclusivamente sulle Spac. Il resto è investito sulle mid cap». Sull’Aim arrivano in genere società di piccole dimensioni, che perdipiù quotano solo una piccola percentuale di azioni: il flottante minimo richiesto è solo del 10%.

L’esigenza di investire in titoli liquidi non consente quindi ai gestori di girare sulle Pmi cifre importanti. Gran parte del patrimonio dei Pir è focalizzato sulle big e mid cap, che hanno meno necessità di essere supportate rispetto al tessuto di Pmi italiane che ha difficoltà ad accedere ai mercati finanziari attraverso la quotazione in Borsa o i canali bancari tradizionali. A loro va (per il momento) una porzione infinitesimale delle risorse raccolte dai Pir. E forse questo è un bene per i risparmiatori. Per sostenere le Pmi sarebbe stato meglio concedere agevolazioni ai fondi di private equity e venture capital con capitali raccolti solo tra investitori istituzionali e, soprattutto, consapevoli.

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