Finanza & Mercati

Effetto-scarsità per i bond sovrani

L’ANALISI

Effetto-scarsità per i bond sovrani

Quasi 20mila miliardi di dollari. Le Banche centrali di tutto il mondo non sono mai state così di manica larga con i propri bilanci e con i mercati.

Non per questo però i listini finanziari possono però dichiararsi al riparo da una crisi di liquidità, magari non delle dimensioni di quella successiva al crack Lehman, ma non per questo meno dolorosa. Tanto più si fornisce denaro al sistema creditizio, tanto più questo rischia di restare a secco in alcune sue zone nevralgiche: il paradosso è insomma evidente, ma ha anche una spiegazione visto che i due fenomeni sono collegati.

Il caso dei titoli di Stato, e dei Bund in particolare, è emblematico: acquistandone una quantità rilevante ogni mese la Bce ha sì fornito al sistema la liquidità necessaria per allontanare la deflazione, ma ha anche ridotto in misura drastica la quantità dei titoli a disposizione del mercato. Il tema della penuria dei Bund è d'attualità, su di esso infuria il dibattito e si giocherà probabilmente anche la strategia futura dell'Eurotower, ma non è certo l'unico esempio: l'effetto scarsità si estende potenzialmente al resto dei bond sovrani e all'obbligazionario in genere, anche e soprattutto fuori dall'Europa. Dopotutto la stessa Federal Reserve detiene circa 2mila miliardi di dollari di Treasury e 1.800 miliardi di Mortgage backed securities. Il suo piano di riacquisti è terminato da qualche anno, ma la Banca centrale Usa continua a ritirare titoli al ritmo di 300 miliardi l'anno per sostituire quelli nel frattempo scaduti e il suo bilancio si è stabilizzato attorno ai 4.500 miliardi.

E scarsità, va ricordato, vuol dire rendere potenzialmente più difficile la liquidabilità di un asset finanziario e significa quindi problemi seri sul mercato. Va detto che le Banche centrali non sono certo le sole responsabili (certo involontarie) per questo fenomeno, che è anche collegato con le stringenti regolamentazioni introdotte nel comparto del credito in seguito alla crisi del 2007-2008 su entrambe le sponde dell'Atlantico. «Gli intermediari hanno praticamente smesso di esercitare l'attività di market maker e si limitano semplicemente a rivestire il ruolo di broker perché detenere posizioni rilevanti di bond è diventato per loro costoso, soprattutto sotto l'aspetto dell'assorbimento di capitale», spiega Marco Piersimoni di Pictet Asset Management. Ancora una volta sembrano dunque essere proprio le politiche macroprudenziali adottate con l'intento di porre in sicurezza il settore bancario a infilare indirettamente il bastone fra le ruote dei mercati, che per la verità non sembrano però per il momento risentire più di tanto di questa situazione: «È vero che i grandi operatori non tengono più i bond in portafoglio, ma l'attività di compravendita resta sempre rilevante e anche redditizia, come dimostrano i ricavi da trading realizzati nel primo trimestre 2017 da società come Goldman Sachs e Morgan Stanley», ammette Andrea Iannelli di Fidelity International.

Il sistema sembra insomma continuare a reggere, anche e soprattutto sui bond sovrani, se è vero che i grandi investitori giapponesi sono riusciti negli ultimi mesi a vendere titoli francesi per oltre 2mila miliardi di yen senza eccessivi problemi. Qua e là però qualche segnale di tensione evidentemente emerge, e giustamente preoccupa: a maggior ragione in una fase in cui i mercati mostrano i nervi tesi, anche se principalmente a causa della variabile geopolitica. Con tutta probabilità non saranno però le vicende legate alle tornate elettorali che rischiano di segnare il destino dell'Europa, né le altre questioni internazionali a spostare l'ago della bilancia della liquidità e occorrerà piuttosto preoccuparsi ancora una volta delle mosse delle banche centrali. Formalmente la Fed sta iniziando soltanto adesso a discutere se e come ridurre il bilancio e, stando ai discorsi dei banchieri più influenti, dovrebbe procedere con gradualità e dopo aver debitamente preparato il mercato in modo da evitare la volatilità che caratterizzò il tapering del 2013: Bce e Banca del Giappone appaiono invece ancora molto distanti da una decisione simile e anzi continueranno a immettere denaro per un po'. La variabile che non ti aspetti potrebbe così arrivare dal fronte regolamentare: «L'amministrazione Trump è intenzionata a rivedere in senso meno restrittivo la legislazione sul sistema bancario e se questo avvenisse il credito Usa potrebbe svilupparsi come non è stato in grado di fare negli ultimi anni con una legge come la Dodd Frank, costringendo la Fed a un atteggiamento più aggressivo sui tassi o ad anticipare la riduzione del bilancio», avverte Piersimoni. In questo caso la liquidabilità di certi titoli non sarebbe forse necessariamente a rischio, ma i riflessi della riduzione di liquidità al sistema sarebbero inevitabili.
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