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Shale oil alle prese con la prima impennata dei costi dal 2014

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Shale oil alle prese con la prima impennata dei costi dal 2014

(Afp)
(Afp)

Per la prima volta da quasi tre anni i costi di produzione dello shale oil sono tornati a salire. Dal noleggio degli impianti di perforazione alla sabbia impiegata nel fracking, tutto sta rincarando, con un’inversione di tendenza che potrebbe raffreddare l’entusiasmo dei petrolieri americani, al punto da mettere un freno ai loro investimenti, gli unici ad essere ripartiti con decisione.

Nel petrolio convenzionale le compagnie continuano infatti a tenere il motore al minimo, con una paralisi delle attività di sviluppo che ha spinto l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) a rinnovare l’allarme sul rischio di carenze di greggio in un prossimo futuro.

«La questione chiave – si chiede il direttore esecutivo Fatih Birol – è per quanto tempo una crescita dell’offerta di shale oil dagli Usa possa compensare il debole ritmo di crescita in qualsiasi altra area del settore». Nel 2016, ricorda l’agenzia Ocse, sono state scoperti solo 2,4 miliardi di barili di petrolio convenzionale, contro i 9 miliardi l’anno in media dei 15 anni precedenti, e il numero di progetti di investimento autorizzati è stato il più basso da oltre 70 anni.

A meno che il tramonto del petrolio non sia dietro l’angolo, presto la domanda (che già oggi supera 90 mbg) potrebbe restare insoddisfatta. Persino se lo shale oil continuerà a crescere in modo vigoroso, come pensa l’Aie (secondo cui salirà da 6,5 ad almeno 8,8 mbg entro il 2022).

Le previsioni sul greggio «made in Usa» restano in generale molto ottimiste. E oggi come oggi ad attirare l’attenzione degli analisti non è tanto la possibilità di un nuovo rally del petrolio, quanto l’effetto ribassista dello shale oil, che sta neutralizzando gran parte dei tagli produttivi dell’Opec.

Il momento d’oro dei fracker, che in molte aree degli Usa erano tornati ad estrarre con profitto, potrebbe però essere già vicino a concludersi. L’eccesso di entusiasmo nel riprendere le trivellazioni non solo ha di nuovo schiacciato il prezzo del barile sotto 50 dollari, ma ha anche riacceso l’inflazione dei costi estrattivi.

Le statistiche indicano ancora costi molto bassi: in media 40-45 $/barile nel bacino di Permian, secondo l’Aie, con alcune aree addirittura intorno a 30 $. Ma dati preliminari dell’Us Bureau of Labor Statistics indicano che tra novembre 2016 e marzo 2017 i costi di perforazione negli Stati Uniti sono cresciuti del 7%: un primo significativo rialzo che non basta ancora ad erodere i risparmi ottenuti negli anni della crisi (tra marzo 2014 e novembre 2016 c’era stata una riduzione del 34%), ma che comunque potrebbe segnare un’inversione di tendenza.

Anche il costo di noleggio degli impianti di perforazione è tornato a salire negli Usa: nell’onshore ha raggiunto in media 14.600 dollari al giorno nel primo trimestre, secondo RigData, società che fa capo a S&P Global Platts. L’aumento, del 3,5% rispetto al trimestre precedente, è il più forte che si registrasse dal 2010, anche se il record di 19.015 $/giorno del quarto trimestre 2014 è ancora lontano.

La sabbia utilizzata come propellente nella fratturazione idraulica – che le società di shale oil, per massimizzare la produzione, oggi utilizzano in quantità fino a venti volte superiori a quelle di pochi anni fa – ha intanto superato 40 $/tonnellata, più del doppio rispetto ai prezzi di fine 2016.

Anche le società di servizi petroliferi, che hanno subìto il peso maggiore della paralisi degli investimenti nel settore estrattivo, cominciano ora a vedere la luce in fondo al tunnel. E stanno segnalando con insistenza che non sono in grado di proseguire ancora a lungo le politiche di sconto adottate per sopravvivere negli ultimi anni.

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