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Al passo con i tempi del lavoro che cambia

L'Analisi|l’analisi

Al passo con i tempi del lavoro che cambia

Meglio tardi che mai e, soprattutto, meglio che il niente di prima, viste le ristrettezze della finanza pubblica.

Il disegno di legge sul lavoro autonomo, approvato in via definitiva dalle Camere va salutato positivamente, soprattutto dai nostri giovani che si incamminano in percorsi professionali.

Questa riforma del lavoro autonomo si occupa del segmento della divisione sociale del lavoro che, per la sua alta densità, costituisce una singolarità della nostra struttura economica e sociale. L’etica del mettersi in proprio – a partire dall’arte di arrangiarsi – è stata tramandata da una cultura secolare che svolge funzione “ponte” tra mondo del lavoro e imprenditoriale. Nello specifico, è un Ddl di rilievo, poiché riguarda almeno un decimo dell’occupazione del paese: un mondo del lavoro autonomo non imprenditoriale che sfuma nell’area “grigia” di circa due milioni e mezzo di free lance, la figura che forse ha maggiormente incarnato le trasformazioni intervenute negli ultimi decenni sul mercato del lavoro.

Il confine tra lavoro dipendente e indipendente si è via via sbiadito. L’effetto di questi mutamenti è da anni visibile, con la formazione di una “terra di nessuno” abitata da una pluralità di figure professionali, collocate, non senza contraddizioni, tra lavoratori indipendenti e dipendenti. È un’area sociale con elevata eterogeneità di competenze e status, ma, in compenso, non di rado con buone radici nella tradizione e nell’innovazione. È spesso denominata “grigia” non solo perché, in taluni casi, ibrida forme di autonomia e subordinazione, ma anche perché è percorsa da incertezza e identità lavorative mobili. Il problema di quest’area sociale grigia, che spesso riconosciamo come popolo delle partite Iva, è triplice: d’incertezza, d’identità e di riconoscimento. La riforma va incontro a questo mondo sociale di outsider e suona come un riconoscimento delle competenze e della dinamica espressa da quest’area, che non poco ha sofferto la crisi.

Anche se con un iter il cui inizio è retrodatabile a più di due anni fa e dopo le rituali limature lobbistiche, la riforma rimette il paese al passo con i tempi. Innanzitutto, perché sono innegabili l’introduzione di tutele in materia di congedi parentali e malattia o la maggior deducibilità fiscale di significative voci quali le spese per la formazione. Soprattutto è visibile un taglio innovativo della riforma come nel caso della creazione di reti di professionisti allo scopo di partecipare ad appalti e ai bandi dei fondi strutturali europei. Questo può far bene alla formazione di reti di competenza territoriali, allo sviluppo di comunità professionali cruciali per la nostra crescita.

Il taglio innovativo emerge anche con l’introduzione dei diritti di utilizzazione economica delle invenzioni, ma soprattutto con la seconda parte dedicata al cosiddetto smart working, che contempla che modalità, tempi e luoghi del lavoro siano stabiliti discrezionalmente dal dipendente e dall’azienda. Sarebbero già centinaia di migliaia ad aver adottato questa via. Per la prima volta lo smart working viene introdotto nel nostro ordinamento giuridico con il dipendente “agile”, anche se tale riconoscimento sembra sostanziarsi più in enunciati di principio più che fissare paletti o incentivi: con effetti pratici a zero. Per ora sembra prevalere la prudenza. Una riconciliazione dei tempi di vita con quelli di lavoro che passi in un accordo discrezionale tra dipendente e datore appare rimandato a quando una società più tecnologica ci consentirà di farlo. Intanto, il governo Gentiloni mostra che si può procedere anche con riforme che consentono piccoli, ma significativi passi in avanti. E per giunta a costi ridotti.

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