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Il fondo sovrano libico rivuole indietro le tangenti dell’era Gheddafi

I proventi del petrolio

Il fondo sovrano libico rivuole indietro le tangenti dell’era Gheddafi

(Fotogramma)
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«Ciao cara, ti ricordi di me? Sono Youssef da Londra, Appena arrivato a Dubai. Sei disponibile stanotte con un’amica?». L’sms inviato a Michelle, escort di lusso, arrivava dallo smartphone di Youssef Kabbaj, ex manager esecutivo di Goldman Sachs. Finito sotto processo a Londra – l’sms è tra gli atti processuali – per i suoi metodi poco ortodossi: spese gonfiate, viaggi e suite di lusso per giustificare i compensi della sua consulenza. In nota spese Kabbaj dopo la trasferta negli Emirati, aveva riportato la cifra di 600 dollari sotto la voce «spese extra». Spese extra che la banca d’affari ha poi rigirato al suo cliente, la Libyan investment authority (Lia). Il ricchissimo fondo sovrano libico, con 60 miliardi di dollari di asset dagli introiti del petrolio, ora ha intentato due cause civili a Londra per chiedere il risarcimento per le tangenti che sarebbero passate sotto le consulenze milionarie e le note spese gonfiate. Oltre a Goldman è finita nel ciclone anche Société Générale.

Tra i documenti presentati in tribunale a Londra, ce n'è uno del febbraio 2008 che rigurda un viaggio dell’ex manager di Goldman,assieme al fratello, dal Marocco a Dubai, a spese di Goldman, per partecipare a una conferenza dove avrebbe dovuto incontrare un alto funzionario della Lia. L’avvocato del fondo sovrano libico ha presentato le note spese dell’Hotel Carlton di Dubai, e copie degli sms con i quali l’ex manager si metteva d'accordo con la donna, Michelle, ascoltata come teste dalla corte londinese, sul prezzo per passare una serata in compagnia di due prostitute costate alla banca, in prima battuta, e rigirate quindi al cliente, al fondo sovrano libico, al momento del conto finale, per 600 dollari, documentate sul foglio viaggio come «spese extra».

A Goldman la Lia chiedeva 1,2 miliardi di dollari indietro pagati per consulenze e note spese gonfiate. La causa contro Goldman è finita con un niente di fatto. L'ex manager ha negato tutte le accuse, tra cui quella di aver pagato per «impropri intrattenimenti» per lui e il suo giovane fratello durante il viaggio d’affari a Dubai «non giustificati dal suo incarico professionale».

La causa con SocGen invece si è conclusa con un patteggiamento a inizio mese, prima ancora di iniziare. La banca francese ha accettato di pagare al fondo sovrano libico un risarcimento di 963 milioni di euro (1,05 miliardi di dollari) per risolvere la disputa civile. Soldi in cambio di silenzio L’accordo sulle cinque operazioni incriminate, tra 2007 e 2009, è stato raggiunto prima ancora dell’inizio del dibattimento. Secondo l’accusa SocGen avrebbe effettuato pagamenti per 60 milioni di dollari all’uomo d’affari libico Walid al-Giahmi, per assicurarsi investimenti per oltre 1,5 miliardi di dollari da parte del fondo sovrano libico. SocGen ha sempre negato tutte le accuse, dicendo che si trattava di pagamenti per servizi di consulenza per essere introdotto in un mercato poco conosciuto. Al-Giahmi sarebbe stato molto vicino a Said Gheddafi, figlio dell’ex dittatore che ha guidato il Paese per 40 anni. Un funzionario di SocGen agli inquirenti ha raccontato che c’era «un numero segreto» usato dall’uomo vicino al figlio di Gheddafi per raggungere i vertici della Lia. Al-Giahmi aveva una linea telefonica dedicata per parlare con l’allora capo dell’Ufficio investimenti della Lia, Hatim Gheriani, chiamato con il nome in codice «fridge», friogorifero. IL funzionario di SocGen ha raccontato che una volta proò a chiamare quel numero. Gheriani lo rimproverò, dicendo che la linea era «top secret» e che ormai «era compromessa», secondo le trascrizioni presentate dalla Lia in tribunale che ora, cambiato il vento e la gestione politica del potere in Libia, chiede di avere indietro i soldi finiti in questi anni, per quanto possibile ricostruire, nei mille rivoli della corruzione.

Questi due fatti di cronaca giudiziaria, in ogni caso, la dicono lunga sui metodi adottati dai colletti bianchi delle multinazionali occidentali per fare affari nei paesi del sud del mondo, nel peggiore stile neocoloniale. Con il peggio del consumismo e del materialismo traslato, in terra d'Africa, grazie alla complicità di élite africane impreparate e con il miraggio dell'Occidente sviluppato.

La storia per SocGen, nonostante l’accordo extragiudiziale, non finisce qui. Il Serious fraud office (Sfo) britannico, l’organismo che persegue le frodi contro i colletti bianchi, ha avviato un procedimento a margine della causa civile tra la banca francese e il fondo libico. Procedimento ancora pendente: l’Sfo ha dato tempo fino a giugno alla banca francese per presentare la sua versione dei fatti.

Il Dipartimento alla Giustizia Usa, a sua volta, ha aperto indagini su una pletora di banche, società di private equity ed hedge fund sul sospetto che possano essere state violate le leggi americane anti-corruzione, finito l’embargo, nell’ultima fase dell’era Gheddafi.

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