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Ecco perché il mercato ha perdonato l’incertezza alla Spagna e non…

INCERTEZZA POLITICA

Ecco perché il mercato ha perdonato l’incertezza alla Spagna e non all’Italia

(Imagoeconomica)
(Imagoeconomica)

Messo alle spalle lo spavento legato alle Presidenziali francesi e minimizzati anche i rischi legati al voto tedesco di fine settembre, i mercati finanziari non hanno mai fatto mistero di puntare tutta l’attenzione sul nostro Paese, ritenuto da molti analisti la vera mina vagante della lunga stagione elettorale europea. Logico quindi che l’ipotesi di una consultazione anticipata, scoprire cioè che il potenziale problema è più vicino, abbia indotto gli investitori a vendere senza mezzi termini gli asset italiani.

La reazione di ieri, per quanto amplificata dall’attività ridotta per le festività negli Usa e in Gran Bretagna, non si limita però a considerare la sola tempistica del voto e procede oltre scavando nel merito. Stando alla simulazione pubblicata due giorni fa su Il Sole 24 Ore da Roberto D’Alimonte, difficilmente un sistema proporzionale con sbarramento al 5% come quello in vigore in Germania e che si vorrebbe «importare» nel nostro Paese consegnerebbe all’Italia un vincitore sicuro, e anche i possibili correttivi potrebbero regalare altrettanta incertezza. E l’incertezza, come è noto, è l’elemento che più infastidisce ogni investitore.

Lorenzo Codogno, docente alla Lse ed ex capo economista del ministero dell’Economia, dà quasi per scontato un esito con un Parlamento bloccato, assegna una probabilità del 30% sia alla formazione di un Governo di «Unità nazionale» guidato da un tecnico, sia a una «Grande coalizione» in stile tedesco, ma ritiene anche possibile (35%) un ritorno alle urne nel giro di sei mesi. A questo proposito è interessante ricordare non tanto come la Germania sia in fin dei conti stata guidata da un patto fra Cdu/Csu e Spd per 8 degli ultimi 12 anni (troppo azzardato il paragone con Berlino), quanto il fatto che la Spagna abbia essa stessa sperimentato essa stessa una lunga fase di incertezza politica con un ritorno alle urne dopo pochi mesi.

Nel periodo in cui Madrid è rimasta virtualmente senza una guida precisa la penalizzazione che il mercato le ha riservato è stato tutto sommato limitata. Per circa un anno il rendimento dei titoli di Stato spagnoli è stato sì più elevato rispetto a quello italiano, raramente però lo scarto ha superato i 20 centesimi e la situazione si è invertita subito dopo il secondo voto iberico. Con la fiammata di ieri invece il BTp decennale viaggiava al 2,18%, ben 63 punti in più del Bono e vicino ai livelli raggiunti a fine gennaio.

Si potrà certo obiettare che la fase di incertezza spagnola ha coinciso con l’accelerazione della Bce sul «Qe», la cui spinta pare invece destinata ad affievolirsi proprio quando l’Italia potrebbe trovarsi in pieno impasse politico. Sarebbe però ingenuo pensare che il differente trattamento riservato dal mercato non dipenda da parametri quali il ben differente livello di debito pubblico (132% del Pil in Italia contro il 99%) o della crescita (lo 0,9% registrato nel 2016 nel nostro Paese è meno di un terzo del 3,2% spagnolo) e probabilmente anche dal fatto che a Madrid il nodo del risanamento del sistema bancario sia già stata affrontata.

Volendo invece proprio trovare una nota meno negativa della giornata di ieri, occorre notare come per l’Italia non sia in dubbio la capacità di attirare capitali, come dimostrano le richieste ricevute dal BoT a 6 mesi (ma già oggi il test con i BTp a 5 e 10 anni è più severo). È insomma soltanto una questione di «premio» che il mercato chiede per affidare il proprio denaro, almeno per il momento.

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