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Gli investitori delusi voltano le spalle alle materie prime

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Gli investitori delusi voltano le spalle alle materie prime

(Ap)
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Se l’oro continua a regalare soddisfazioni, le materie prime in generale hanno tradito la fiducia degli investitori, spingendoli ad allontanarsi di nuovo dal comparto: la settimana scorsa ci sono stati riscatti netti per 139,6 miliardi di dollari dagli Etp (Exchange Trade Products) su commodities, riferisce Etf Securities. Di questi, 80 miliardi hanno lasciato gli Etp che investono in panieri diversificati, un record dallo scorso novembre.

La fuga non ha risparmiato neppure i metalli preziosi, con flussi negativi per 52 miliardi di dollari nel caso dell’oro, che pure è proiettato verso quota 1.300 dollari l’oncia, e per 26 miliardi nel caso dell’argento. Ma è evidente che i riscatti sono legati soprattutto alla performance deludente delle materie prime, che hanno esaurito il rally avviato nell’autunno 2016.

Anche i fondi, secondo le statistiche Cftc, da febbraio hanno stanno riducendo l’esposizione rialzista sui mercati dei futures, in un ciclo di liquidazione che si ripercuote sui prezzi. Il Bloomberg Commodity Index – che l’anno scorso aveva segnato la prima performance positiva dal 2010 – sta scendendo senza sosta da tre mesi, il declino più prolungato da un anno, e nel 2017 segna un ribasso di oltre il 6%.

Un altro importante indice di materie prime, l’S&P Gsci, è in calo di quasi il 10% da inizio anno e in rapporto all’S&P 500, riferito all’andamento dei titoli azionari a Wall Street, mostra una debolezza che non si vedeva addirittura da 50 anni. Le Borse continuano infatti a correre, evidentemente fiduciose nella solidità dell’economia globale. Mentre le materie prime, con un contrasto che lascia perplessi, oggi riflettono un umore pessimista.

Il motivo è forse legato alla centralità della Cina nel panorama delle commodities. Nel Paese asiatico da qualche tempo hanno in effetti cominciato a suonare diversi campanelli di allarme, compreso – fa notare Etf Securities – il taglio del rating da parte di Moody’s, il primo da quasi trent’anni, che è avvenuto proprio la settimana scorsa. Sempre la settimana scorsa, ad alimentare i riscatti di Etp, sono arrivati anche segnali di frenata dell’attività manifatturiera cinese, attraverso gli indici Pmi.

Il Governo di Pechino è impegnato in una nuova crociata contro la finanza ombra e l’eccessivo indebitamento, che sta forse provocando le prime ripercussioni sull’economia reale. Di certo ci sono stati forti scossoni sui mercati locali delle materie prime, con i prezzi del minerale di ferro, dell’acciaio e di altri metalli che stanno scendendo rapidamente. L’impatto si è già trasferito anche al London Metal Exchange, dove il nickel è sceso ai minimi da oltre un anno e il rame, considerato termometro dell’economia globale, ha azzerato i guadagni del 2017.

A modificare l’umore degli investitori verso i metalli ha contribuito anche la perdita di fiducia nell’amministrazione Trump, che aveva promesso piani faraonici per le infrastrutture negli Stati Uniti.

Le delusioni più grosse sono comunque arrivate dal petrolio che nonostante i tagli di produzione dell’Opec e dei suoi alleati è rimasto impantanato intorno a quota 50 dollari: con lo shale oil americano che ha messo il turbo e le scorte che si ostinano a rimanere elevate, le quotazioni segnano un ribasso di oltre il 10% da inizio anno, che è costato caro ai tanti investitori che avevano scommesso su una traiettoria ascendente. Anche la seduta di ieri è stata un bagno di sangue per i rialzisti: il Brent ha lasciato sul terreno oltre il 4%.

La tendenza potrebbe di nuovo invertirsi: la domanda di materie prime è tuttora solida, mentre la crescita dell’offerta resta frenata dai forti tagli agli investimenti che le società estrattive hanno effettuati negli ultimi anni. Molti analisti concordano anche nel prevedere che l’Opec e i suoi allati nei prossimi mesi riusciranno a raggiungere l’obiettivo di ridurre le scorte petrolifere. Ma gli investitori per ora non sembrano condividere la stessa fiducia.

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