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Addio ai prezzi fissi, per il carbone da coke è l’ora del mercato

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Addio ai prezzi fissi, per il carbone da coke è l’ora del mercato

(Marka)
(Marka)

A sette anni dal tramonto dei negoziati annuali sul minerale di ferro, anche per il carbone da coke è scoccata l’ora dei prezzi di mercato. Protagonista della svolta è Nippon Steel & Sumitomo Metal Corporation, che d’ora in avanti acquisterà la materia prima mediante contratti indicizzati.

Il gruppo giapponese ha confermato ufficialmente la decisione, mettendo fine a un lungo stallo nelle trattative con le minerarie sul costo delle forniture e aprendo potenzialmente la strada al definitivo abbandono del vecchio sistema di definizione dei prezzi: uno sviluppo di cui molti analisti intravvedevano già da tempo i segnali premonitori, ma che è destinato comunque ad avere un forte impatto. I contratti tra il big dell’acciaio giapponese e i fornitori australiani di solito vengono infatti adottati come benchmark a livello globale.

Se prenderanno piede, le novità potrebbero inoltre costringere a modificare in maniera analoga anche le relazioni delle società siderurgiche con i clienti, con riflessi sugli adeguamenti dei listini dell’acciaio.

Nippon-Sumitomo non ha rivelato i dettagli dei nuovi accordi, ma è stata chiara nell’affermare di aver «cambiato il modo di determinare i prezzi del carbone da coke nei contratti trimestrali», passando in modo definitivo «dall’attuale sistema di prezzi fissi, frutto di negoziati bilaterali, a prezzi indicizzati», con l’impiego di tre diversi indici riferiti al mercato spot.

Il prezzo per il trimestre aprile-giugno rifletterà il valore medio degli indici tra marzo e maggio, riferisce S&P Global Platts, società che possiede due degli indci che potrebbero essere impiegati: l’S&P Global Platts Premium Low Vol Fob Australia e il TSI Premium Hard Coking Coal, che per il periodo in questione registrano rispettivamente una media di 193,26 e 194,32 dollari per tonnellata. Indici analoghi sono elaborati dal Metal Bulletin e da Argus Media.

Il vecchio sistema delle trattative tra acciaierie e minerarie stava già scricchiolando da tempo. Nel 2010, poco dopo l’abbandono dei negoziati per il minerale di ferro, per il carbone metallurgico era cambiata la durata dei contratti: da annuale a trimestrale. Bhp Billiton, il maggior fornitore mondiale attraverso le due joint venture BMA (con Mitsubishi) e BMC (con Mitsui), già da tempo aveva smesso di sedersi al tavolo di trattative con le acciaierie, imponendo listini prezzati in linea coi valori di mercato.

A opporre resistenza al cambiamento erano i produttori di carbone da coke di minor qualità (tra cui pare anche Glencore e Peabody, che a questo punto non è chiaro come si comporteranno) e gli industriali siderurgici. I big giapponesi hanno però cambiato idea: si dice che sia stata proprio Nippon-Sumitomo a chiedere prezzi più flessibili e in qualche modo “certificati” da una terza parte.

La spallata definitiva è arrivata con il ciclone Debbie, che proprio nel periodo delle trattative per i contratti del secondo trimestre, ha messo per l’ennesima volta sull’ottovolante i prezzi del carbone metallurgico: in reazione alla temporanea paralisi dell’export dall’Australia questi sono raddoppiati nel giro di tre settimane, raggiungendo un picco di304 dollari per tonnellata il 17 aprile, salvo poi cancellare altrettato in fretta i guadagni (oggi la materia prima costa meno meno di 150 $/tonn sul mercato spot). Le fluttuazioni erano state ancora più estreme nei mesi precedenti, con prezzi quasi quadruplicati tra marzo e novembre 2016 e poi dimezzati entro marzo 2017.

Agganciare i contratti ai valori spot non salverà dalle fluttuazioni, ma almeno consentirà di coprirsi meglio dai rischi con operazioni di hedging, Esistono già futures piuttosto liquidi sugli indici, quotati dalla Borsa di Singapore (Sgx) e dal Cme Group.

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