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Carbone al tramonto (nonostante Trump): nel mix globale è ai…

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Carbone al tramonto (nonostante Trump): nel mix globale è ai minimi da 12 anni

(Ap)
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La fine del carbone forse è ancora lontana, ma il declino è cominciato. E ha tutta l’aria di essere irreversibile, nonostante gli sforzi di Donald Trump per mantenere in vita le miniere americane e mandare a gambe all’aria gli accordi sul clima.

I consumi del più inquinante tra i combustibili fossili – che tra il 2005 e il 2015 erano cresciuti in media dell’1,9% all’anno – sono calati per il secondo anno consecutivo nel 2016, riducendosi dell’1,7% a livello globale (a 3,7 miliardi di tonnellate equivalenti petrolio). La quota nel mix energetico primario è scesa al 28,1%, il minimo da 12 anni. E la produzione è crollata addirittura del 6,2%, un record storico, trainata dalla chiusura di miniere negli Stati Uniti (-19%) e in Cina (-7,9%).

La fotografia scattata dalla Bp Statistical Review mette a fuoco una tendenza ormai chiara, che non riguarda soltanto le economie avanzate, che possono permettersi di discutere di «phase-out», ma anche i Paesi emergenti, che nel prossimo futuro continueranno – forse inevitabilmente – ad espandere i consumi di carbone, ma è molto probabile che lo faranno in modo meno impetuoso di quanto si credesse solo qualche anno fa.

La crescita della domanda ha già rallentato molto il passo, anche al di fuori dell’area Ocse (in Cina, Paese che consuma la metà del carbone mondiale, è addirittura calata dell’1,6% l’anno scorso, dopo una medidia del +3,7% annuo negli undici anni precedenti).

Il cambio di rotta, anche nelle economie emergenti, non sembra legato solo a fattori congiunturali, come un minor tasso di crescita economica. «Al cuore della transizione – spiega Spencer Dale, capoeconomista di Bp – ci sono fattori strutturali e di lungo termine», gli stessi che (anche con Trump al timone negli Usa) stanno guidando il mondo industrializzato verso un nuovo modello energetico: dalle politiche per l’ambiente alle tecnologie per l’ efficienza energetica, dal crollo dei costi delle fonti rinnovabili (nucleare compreso) all’ampia disponibilità di gas a buon mercato.

«Nei prossimi anni ci potranno essere ulteriori alti e bassi nelle sorti del carbone – concede Dale – ma la recente debolezza sembra segnalare una frattura decisiva col passato».

Altri segnali di discontinuità sono evidenti nello scenario energetico globale. La domanda di energia primaria, ad esempio, è di nuovo cresciuta poco: appena l’1%, un tasso in linea con il 2014 e il 2015, ma quasi dimezzato rispetto al +1,8% annuo del decennio precedente. Anche in questo caso la Cina ha dato un contributo importante, registrando una crescita dell’1,3%, un quarto rispetto ai ritmi precenti (con il +1,2% del 2015, l’ultimo biennio è il più debole dal 1997-98).

Dal 2014 in avanti c’è stata anche una stabilizzazione delle emissioni globali di CO2: +0,1% nel 2016, dato incoraggiante benché gli obiettivi di Parigi per la riduzione dei gas serra restino lontani.

Il rallentamento dell’economia, di nuovo, c’entra solo in parte. L’intensità energetica – ossia il rapporto tra consumi di energia e Pil, un modo per misurare l’efficienza dei consumi – è infatti scesa ai minimi storici l’anno scorso e le fonti rinnovabili hanno continuato a farsi strada, con un aumento del 12% (anche se nel mix la quota è ancora limitata 4%) e la Cina che è diventata numero uno al mondo, scavalcando gli Usa.

Il cammino verso un futuro più verde è ancora intralciato dal petrolio: grazie ai prezzi bassi i consumi globali continuano a crescere a ritmi robusti, anziché diminuire, tanto che per il secondo anno consecutivo la quota nel mix di energia primaria è aumentata (tra il 1999 e il 2014 c’era stato un declino ininterrotto).

Il gas rimane intanto una delusione:  i consumi del più pulito tra i combustibili fossili, indicato come cruciale per la transizione verso le «emissioni zero», sono cesciuti di appena l’1,5%, contro un incremento medio decennale del 2,3%. Fa eccezione l’Europa, con un eccezionale +7,1%, record dal 2010.

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