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Che cosa dice il report di Goldman che ha mandato ko l’hi-tech in…

LE DIFFERENZE CON LA CRISI DEL 2000

Che cosa dice il report di Goldman che ha mandato ko l’hi-tech in Borsa

(Afp)
(Afp)

Se 10 anni fa nell’olimpo dei titoli a maggior capitalizzazione a Wall Street figuravano soprattutto colossi dell'industria (General Electric, Exxon Mobil), della finanza (Citigroup, Bank of America), dei beni di consumo (Procter & Gamble) con solo un titolo del comparto tecnologico (Microsoft) nella top ten, oggi l’hi tech domina. Apple, Alphabet (Google), Microsoft, Amazon e Facebook hanno spodestato i re di quella che oggi si chiamerebbe “old economy” dalle prime posizioni nella classifica delle società a maggior capitalizzazione.

IL PESO DELLA TECNOLOGIA A WALL STREET
Peso in % dei titoli tech sul paniere S&P 500 (Fonte: elaborazione Il Sole 24 Ore su dati S&P Market Intelligence)

Il peso dell’hitech a Wall Street
Rispetto a 10 anni fa molto è cambiato. La rivoluzione tecnologica di cui queste aziende si sono fatte portatrici ha cambiato in maniera radicale gli stili di vita e le abitudini di consumo in tutto il mondo. Il mercato in questi anni non ha fatto altro che prenderne atto. Se 10 anni fa l’intero comparto tecnologico valeva appena il 16% della capitalizzazione del listino S&P 500 oggi il suo peso complessivo è pari al 23 per cento (per fare un confronto basti pensare che il comparto finanziario pesa per il 14% sul valore dell’indice).

Il sell-off sui titoli
Nelle ultime sedute il mercato è parso tuttavia mettere in discussione questo primato della tecnologia sulla Borsa americana. Il settore da sempre tratta a premio rispetto al resto del listino. Il rapporto tra il valore di mercato di queste aziende e alcuni indicatori chiave di bilancio come gli utili o il patrimonio è più alto perché, essendo un business in espansione, gli investitori credono che in futuro ci sarà una crescita di utili, fatturato e flussi di cassa superiore alla media. C’è tuttavia chi dubita che questo premio sia commisurato con le reali potenzialità delle «big 5» Facebook, Apple, Amazon, Microsoft e Google (Faamg in gergo). In questi giorni si è fatto un gran parlare di un report di Goldman Sachs che si dice abbia innescato il tracollo che ha fatto perdere al settore più di 100 miliardi di dollari di capitalizzazione.

C’è un rischio bolla come nel 2000?
Questa la domanda che in molti si sono fatti in questi giorni. Gli analisti di Goldman, che pure mettono in discussione la valutazione dei titoli, sono molto chiari nell’evidenziare come la situazione dei titoli tecnologici oggi sia assai diversa dalla bolla delle dot.com del 2000. Per quanto alte le valutazioni non sono ai livelli di allora quando le cinque maggiori tech stocks valevano in media 60 volte gli utili per azione. C’è poi una differenza non da poco: la cassa. Oggi le Faamg hanno in cassa un tesoretto da 340 miliardi di dollari di liquidità (in media il 13% del valore dell’impresa). Ai tempi della bolla le top-5 della tecnologia (Microsoft, Cisco, Intel, Oracle e Lucent) avevano in cassa solo 45 miliardi (il 2% del loro enterprise value). Insomma per sgombrare il campo dai dubbi: non c’è un rischio bolla come nel 2000 anche se è chiaro che il comparto è sopravvalutato.

LA CASSA DEI BIG 5
Liquidità aggregata di Apple, Microsoft, Google, Facebook e Amazon. Dati in miliardi di dollari (Fonte: Elaborazione Il Sole 24 Ore su dati S&P Market Intelligence

Il crollo della volatilità
Nel loro report gli analisti di Goldman mettono in luce un fatto: oggi sui mercati comprare le azioni di queste società è diventato “di moda” tra i grandi fondi. «Le azioni dei cinque gruppi sono oggi nella top ten dei titoli in mano agli hedge funds e anche i fondi comuni sovrappesano le azioni di Apple e degli altri gruppi tecnologici». Questa corsa agli acquisti, in parallelo con la crescita del giro d’affari e del flusso di cassa di queste società, ha fatto crollare la volatilità del settore. Le oscillazioni di prezzo dei titoli rispetto al resto del mercato si sono cioè fortemente ridotte.

Apple come Philip Morris
La bassa volatilità è una caratteristica dei settori cosiddetti anticiclici come le utilities o i beni di largo consumo. Società come Philip Morris o Procter & Gamble fanno parte di questa categoria. Il mercato le compra perché sa che queste aziende hanno un andamento stabile dei flussi di cassa sia nei periodi di crescita economica sia nelle fasi di rallentamento. Le big 5 della tecnologia, vista la loro bassa volatilità, si comportano sempre più come titoli anticiclici. Il problema è che non lo sono e questa bassa volatilità non si giustifica pensando ai rischi legati al ciclo economico, alla regolamentazione (si pensi ai problemi di antitrust e privacy) che caratterizza il settore tecnologico.

I rischi della volatilità
Che succede se per qualsiasi ragione (una multa, un crollo inaspettato dei profitti, una causa legale) il mercato, che in questi anni si è fortemente posizionato sui big tecnologici, inizia a vendere? Gli analisti di Goldman lo spiegano a chiare lettere: la volatilità si impenna bruscamente. Specie se i fondi passivi come gli Etf (il cui compito è semplicemente replicare l’andamento di un indice) iniziano a vendere tutti insieme creando il classico effetto gregge. Di fatto è esattamente quello che è successo negli ultimi giorni quando la profezia di Goldman di fatto si è autoavverata.

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