Finanza & Mercati

Fed-Bce, così la «guerra delle valute» continua…

cambi e politica

Fed-Bce, così la «guerra delle valute» continua sottotraccia

Una settimana fa Mario Draghi correggeva la rotta della politica Bce togliendo l’ipotesi di un ulteriore abbassamento dei tassi dal ventaglio delle decisioni e l’euro per tutta risposta perdeva lo slancio mostrato nelle settimane precedenti. Ieri la Fed alzava il costo del denaro e il dollaro faticava a scollarsi dai livelli minimi dell’era Trump. C’è un’apparente incongruenza fra le parole e le mosse in teoria restrittive dei banchieri e la debolezza delle divise a loro più vicine, ma in quei movimenti c’è forse anche il sentore di quelle schermaglie definite spesso in modo improprio «guerra delle valute».

Un paradosso solo apparente
Che il paradosso sia in fondo soltanto sulla carta lo si può capire senza grandi sforzi. Come da una parte Draghi ha in fin dei conti preso tempo sul tapering e rimandato la questione del rialzo del tasso sui depositi (il fattore che più di ogni altro ha orientato il cambio nel recente passato), dall’altra il mercato ha infatti quasi ignorato la stretta di Janet Yellen e le decisioni sul bilancio Fed (dati già per scontati) e si è invece concentrato sui dubbi relativi alle future mosse della banca centrale Usa.

Il ruolo dei «fondamentali»
Non per niente i veri movimenti sui cambi si sono avuti entrambe le volte per questioni legate alle dinamiche dell’inflazione: il taglio delle stime da parte dei previsori Bce (elemento che rende meno impellente la rimozione dello stimolo da parte di Francoforte, e quindi frena le velleità dell’euro); il dato inferiore alle attese sui prezzi Usa che ha preceduto ieri di poche ore il responso Fed (e che solleva dubbi sul cammino rialzista di Washington, frenando di conseguenza il dollaro).

Quelle due linee tracciate sulla sabbia
Il riemergere di manovre tese a indebolire ad arte la propria valuta è invece una questione ben più sottile e soprattutto difficile da dimostrare. Osservando l’andamento dell’euro/dollaro negli ultimi due anni e mezzo appare tuttavia evidente che siano state tracciate due linee sulla sabbia fra 1,05 e 1,15 e che ogni volta ci si sia approssimati a ciascuno dei due livelli si siano poi verificati eventi tali da deviare la tendenza in atto e da impedire il superamento della soglia cruciale.

La posizione scomoda dell’Eurozona
Se però si dovesse trattare ancora una volta di «guerra delle valute» sarebbe di nuovo l’Eurozona a sedere sulla poltrona più scomoda. Guardando la questione dal solo punto di vista dei fondamentali, il rallentamento dell’economia Usa (e l’affievolirsi del fattore Trump sui mercati) se accoppiato con l’accelerazione dell’area euro (che con l’elezione di Macron pare anche essersi liberata della zavorra del rischio politico) si traduce in teoria in un modo solo: la valuta comune ha ulteriori margini di crescita sul biglietto verde.

Le scommesse a senso unico degli speculatori
I modelli di UniCredit Research sembrerebbero indicare che l’euro è ancora sottovalutato di quasi il 10% nei confronti del dollaro, ma le opinioni fra gli analisti non sono sempre concordi su questo tema. Il mercato pare invece essersi fatto un’idea molto precisa, se è vero che le posizioni nette lunghe sul cambio euro/dollaro rilevate dalla Commodity Futures Trading Commission viaggiano ai massimi dal 2011: le scommesse degli speculatori sono insomma a senso unico. E quando questo accade, la volatilità è spesso assicurata.

© Riproduzione riservata