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Petrolio, consumi record ma lo shale oil (e gli altri non …

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Petrolio, consumi record ma lo shale oil (e gli altri non Opec) corrono più veloce

Tutto sta andando nel verso sbagliato per l’Opec, che perde quote di mercato senza veder risalire il prezzo del petrolio, non solo oggi, ma forse nemmeno nel prossimo futuro. Il surplus di offerta che sta cercando di eliminare rischia infatti di riemergere già il prossimo anno. Anche in presenza di una domanda da record.

La stessa Organizzazione degli esportatori di greggio ha riconosciuto che la forza imprevista dello shale oil americano ha sballato i suoi calcoli, imponendo «un ritmo più lento» allo smaltimento delle scorte petrolifere. Ma l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) nelle sue prime previsioni per il 2018 dipinge uno scenario davvero da incubo per il gruppo.

L’organismo dell’Ocse resta convinto che la domanda continuerà a correre, superando per la prima volta nella storia il tetto di 100 milioni di barili al giorno verso la fine del prossimo anno. Ma avverte che l’incremento dei consumi – che si aspetta di ben 1,4 mbg – potrebbe essere soddisfatto per oltre la metà dagli Stati Uniti e per il resto da altri fornitori esterni all’Opec, tra cui il Brasile e il Canada. Tutti insieme i concorrenti del gruppo sono infatti avviati a portare sul mercato 1,5 mbg di greggio in più l’anno prossimo, di cui 780mila «made in Usa».

Certo, non è detto che le previsioni si riveleranno corrette. Ma per lo shale oil è più probabile che siano sbagliate per difetto, suggerisce l’Aie: «Il dinamismo di questa straordinaria e peculiare industria è tale che è possibile che la crescita sarà più rapida».

Il rapporto Aie è l’ennesimo campanello di allarme per l’Opec, che già si confronta con una serie di segnali sconfortanti in arrivo dai mercati, sul fronte dei prezzi e non solo.

Le quotazioni del petrolio hanno perso quasi il 15% dopo l’accordo del 25 maggio per prolungare i tagli di produzione, con un tonfo di oltre il 3% solo nella seduta di ieri in reazione all’Aie e all’ennesima delusione sulle scorte Usa (quelle di greggio sono calate di 1,7 mb, meno del previsto, e quelle di benzine sono salite di 2,1 mb).

Ora il Brent è di nuovo sotto 47 dollari, il Wti sotto 45 dollari, ai minimi da novembre, prima dei tagli Opec. E per l’Arabia Saudita, leader di fatto dell’Organizzazione, stanno anche rallentando le vendite: Riad – l’unica nel gruppo ad aver ridotto non solo la produzione ma anche l’export – ha perso terreno su tutti i mercati chiave, dalla Cina agli Stati Uniti. E in prima fila a rubarle clienti ci sono Paesi in teoria alleati, come l’Iraq e la Russia.

La situazione rischia di diventare insostenibile, con conseguenze difficili da prevedere sugli equilibri e sulle strategie della coalizione di produttori, che potrebbe convincersi a intervenire con maggior rigore sui mercati o viceversa rompere le fila, scatenando una nuova guerra dei prezzi.

L’Aie stessa sottolinea che le sue previsioni per il 2018 dovrebbero invitare alla riflessione «quei produttori che stanno cercando di contenere l’offerta». Anche se i tetti di produzione continueranno ad essere diligentemente rispettati, avverte l’Agenzia, «le scorte potrebbero non scendere al livello desiderato fino a poco prima della scadenza degli accordi, a marzo 2018».

La tendenza, almeno nell’area Ocse, si è già invertita: ad aprile le scorte sono risalite di 18,6 milioni di barili, mostrando un eccesso di 292 mb rispetto alla media degli ultimi 5 anni.

«Abbiamo sempre raccomandato pazienza a quanti stanno cercando di riportare in equilibrio i mercati petroliferi e nuovi dati ci inducono ora a ripetere il messaggio», scrivono i tecnici dell’Aie. «Oggi il mantra può anche essere “whatever it takes”, a qualunque costo. Ma l’attuale forma di ”qualunque” non sta avendo un impatto rapido come ci si aspettava».

In base ai calcoli dell’Agenzia, se i tagli di produzione verranno revocati a fine marzo il mercato tornerà immediatamente in surplus per 500mila barili al giorno.

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