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Sudafrica, azione legale delle società minerarie contro il Governo

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Sudafrica, azione legale delle società minerarie contro il Governo

(Afp)
(Afp)

È muro contro muro in Sudafrica sulle nuove regole per rafforzare il ruolo e i benefici dei neri nell’industria mineraria. La Camera delle miniere, che rappresenta le società estrattive che operano nel Paese, ha annunciato che si opporrà in tribunale alle norme presentate ieri dal Governo: una revisione del Mining Charter che giudica troppo onerosa e su cui afferma di non essere stata consultata a sufficienza.

Al centro della discordia c’è soprattutto l’aumento dal 26 al 30% della quota di capitale che viene imposto di cedere a investitori neri: un obbligo che dovrà essere rispettato entro dodici mesi anche dalle società che avevano già venduto in ottemperanza al Black Empowerment Act e anche nel caso in cui la quota sia nel frattempo passata di mano.

Non è stato insomma fatto valere il principio «once empowered, always empowered». Almeno, questo è quanto risulta dai documenti distribuiti alla stampa a Johannesburg. Perché il ministro delle Miniere Mosebenzi Zwane su questo punto è stato piuttosto ambiguo, tanto da far sorgere qualche dubbio.

La borsa non ha comunque esitato ad affondare i titoli delle minerarie con interessi in Sudafrica, in particolare AngloAmerican, che ha perso oltre il 6% a Londra. In ribasso anche Glencore, Kumba Iron Ore, Impala Platinum, Anglogold Ashanti e Sybanie Gold.

Oltre a rafforzare la presenza dei neri nell’azionariato, la nuova versione del Mining Charter – varato nel 2002 e già rivisto nel 2010 – prescrive di assegnare a neri la metà dei posti in consiglio di amministrazione (un quarto dovranno invece essere donne). Le minerarie dovranno inoltre acquistare il 70% delle merci e l’80% dei servizi da imprese “black” e versare l’1% del fatturato alla Mining Transformation and Development Agency, che finanzia progetti di sostegno alla popolazione di colore, che a oltre vent’anni dalla fine dell’Apartheid vive ancora in condizioni svantaggiate, in molti casi di vera e propria povertà.

«Non firmeremo questa Carta, perché non è la nostra Carta», ha affermato il ceo della Camera delle miniere Roger Baxter, promettendo battaglia in tribunale. La sua speranza, suggeriscono alcuni osservatori, è che la causa si protragga abbastanza a lungo da impedire l’applicazione della legge almeno fino al 2019, quando in Sudafrica ci saranno elezioni che potrebbero anche portare alla sconfitta dell’African National Congress, il partito di Nelson Mandela, oggi al centro di numerosi scandali.

Le norme appena varate, probabilmente non senza intenti populisti, sono giudicate troppo severe anche da molti analisti, che intravvedono non solo il rischio di un’eccesiva diluzione del capitale, ma quello di un ulteriore, insostenibile aggravio dei costi per le imprese che operano – già oggi con grandi difficoltà – nel Paese. «Questi emendamenti sono inapplicabili, non fattibili e non democratici - sintetizza Peter Major, analista di Bnp Paribas Cadiz Securities – Le società faranno fatica a rispettare anche solo un quarto delle nuove regole».

In particolare rischiano di essere travolti soprattutto i produttori di platino, metallo che per due terzi viene estratto proprio in Sudafrica: con il prezzo crollato sotto 950 $/oncia si stima che la metà delle miniere del Paese operi in perdita.

L’impatto delle nuove norme rischia d’altra parte di danneggiare l’intera economia del Sudafrica, che nonostante le ricche risorse minerarie (non solo platino, ma anche oro, ferro, carbone, diamanti cromo e altro) è già in recessione e soffre di un tasso di disoccupazione del 28%. Anche il cambio del rand ieri è scivolato di oltre il 2% sulla notizia delle nuove regole.

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