Finanza & Mercati

Tutti «rialzisti» sull’euro. Ma ora il cambio rischia di…

valute e speculazione

Tutti «rialzisti» sull’euro. Ma ora il cambio rischia di ingranare la marcia indietro

(Fotolia)
(Fotolia)

È stato piuttosto brusco il passo indietro compiuto dall’euro (o, se preferite, l’avanzata del dollaro) nella giornata di ieri, quella che ha seguito la riunione in cui la Federal Reserve ha aumentato i tassi di interesse Usa e dettato le regole per iniziare a ridurre il proprio bilancio. Il movimento non ha però stupito, almeno nella sua ampiezza, chi è abituato a controllare ogni settimana il posizionamento degli investitori sul mercato attraverso le rilevazioni della Commodity Futures Trading Commission (Cftc).

Un mercato «affollato»
Gli ultimi dati a disposizione relativi ai contratti stipulati non a scopo commerciale (e quindi speculativo) mostrano infatti uno sbilanciamento a favore dell’euro in una misura tale che non si vedeva dal 2011: proprio l’esatto contrario di qualche mese prima, quando tutti o quasi spingevano per vendere la valuta comune e acquistare dollari. E quando il mercato punta tutto nella stessa direzione (in gergo si dice che un trade è overcrowded, cioè affollato) è facile vedere movimenti bruschi in senso contrario, indipendentemente da cosa possa averli realmente scatenati.

LE POSIZIONI SPECULATIVE
Le posizioni nette speculative sull'euro/dollaro rilevate dalla Cftc (numero di contratti settimanali, scala dx) e il cambio fra le due valute (scala sx). (Fonte: Bloomberg)

Il fatto che le posizioni lunghe sull’euro/dollaro siano così sbilanciate non è in sé necessariamente un elemento patologico (fra l’altro le «scommesse» contrarie assunte nei mesi scorsi dal mercato erano ancora più rilevanti, come si vede dal grafico). Alla base di queste decisioni possono esserci davvero convinzioni degli investitori basate su elementi fondamentali: il «risveglio» economico dell’Eurozona confrontato con i crescenti dubbi sull’efficacia delle misure a suo tempo promesse da Donald Trump, per esempio, oppure anche il calo delle tensioni politiche nel Vecchio Continente dopo il successo elettorale di Emmanuel Macron.

Il ruolo dei flussi rivelato attraverso gli Etf
Tutto questo però si traduce in una preferenza relativa per le attività europee nei confronti di quelle a stelle e strisce, e quindi in un flusso di denaro che attraversa l’Atlantico e finisce inevitabilmente per rafforzare l’euro. «Negli ultimi tempi - conferma Antonio Cesarano, responsabile market strategy di Mps Capital Markets - si sono visti forti investimenti nell’azionario europeo dagli Stati Uniti senza che fosse coperto il rischio di cambio». Uno degli Etf più gettonati, il Vanguard Ftse Europe, ha a tale proposito registrato negli ultimi tempi flussi netti in entrata per oltre 800 milioni di dollari settimanali, una dimensione che non si era mai vista da quando sul mercato esistono tali strumenti.

I FLUSSI VERSO L’EUROPA
Il patrimonio netto dell’Etf Vanguard Ftse Europe, variazioni settimanali in milioni di dollari. (Fonte: Bloomberg)

La conseguenza più evidente sta appunto nel moltiplicarsi delle posizioni rialziste a favore dell’euro, e anche della volatilità. «In questi casi - aggiunge Cesarano - è sufficiente un pretesto, come una mossa poco più che simbolica oltre che attesa della Fed oppure anche un ritorno dell’avversione al rischio sui mercati legata alle accuse nei confronti di Trump, per provocare spostamenti rilevanti». La stagione, del resto, è fra le più propizie agli sbalzi d’umore e di portafoglio: «A metà anno si iniziano a tirare le somme e si tende a portare a casa il denaro che si è guadagnato sulle scelte che si sono rivelate migliori, anche qui ogni occasione è buona», sottolinea ancora Cesarano.

Una pausa momentanea?
Secondo Mps Capital Services, che lo scorso anno aveva primeggiato nella classica Bloomberg sui previsori mondiali proprio per quanto riguarda l’euro/dollaro, il cambio è quindi destinato a indebolirsi ulteriormente nelle prossime settimane «in aerea 1,08/1,10 entro fine giugno». Successivamente però le variabili macroeconomiche e anche le mosse delle banche centrali dovrebbero riprendere il sopravvento sui movimenti legati ai semplici flussi finanziari, e l’euro è visto in recupero. Una visione, questa, condivisa anche da Vasileios Gkionakis di UniCredit Research, che ritiene la valuta comune sottovalutata di almeno il 10% nei confronti del dollaro: la sua previsione sul cambio per fine anno è di 1,14, ma è «a rischio rialzo».

© Riproduzione riservata