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Shale oil verso la vittoria sull’Opec, con strategia da kamikaze

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Shale oil verso la vittoria sull’Opec, con strategia da kamikaze

A prima vista è il trionfo dello shale oil. I frackers americani, incoraggiati dai tagli dell’Opec e dei suoi alleati, si sono rimessi a trivellare all’impazzata spingendo la produzione di petrolio «made in Usa» verso livelli da record storico: Washington l’anno prossimo conta di arrivare a 10 milioni di barili al giorno, un traguardo che a questo punto sembra a portata di mano. La strategia impiegata potrebbe tuttavia rivelarsi simile a quella dei kamikaze: la “vittoria” sul fronte della produzione rischia di condurre alla morte parecchie delle compagnie protagoniste del miracolo shale.

Irrazionale esuberanza

L’irrazionale esuberanza del settore l’ha portato a deteriorare le condizioni del mercato petrolifero proprio in coincidenza con la risalita dei tassi di interesse negli Stati Uniti, facendo scendere a livelli critici il prezzo del barile e risalire i costi di produzione.

La stretta monetaria avviata dalla Federal Reserve è un fenomeno gravido di pericoli per gli operatori dello shale oil, società quasi tutte medio-piccole e pesantemente indebitate. Secondo un nuovo studio del Center on Global Energy Policy (Cgep) della Columbia University gli oneri finanziari rischiano di lievitare al punto da spingere i costi a livelli «insostenibili», conducendo alcuni operatori ad uscire di scena: una vera e propria beffa, considerata l’eccezionale capacità di resistenza dimostrata negli ultimi anni, mentre il petrolio crollava da oltre 100 a meno di 30 dollari al barile.

Testimone a Big Oil

Lo shale oil non rischia il tramonto, chiarisce Amir Azar, lo studioso che ha firmato la ricerca: a raccogliere il testimone (o forse sarebbe meglio dire le spoglie) dei frackers più vulnerabili saranno «società più grandi, con abbondanti riserve finanziarie e accesso a minor costo ai mercati dei capitali». Big Oil insomma, che infatti è già scesa in campo, in ritardo ma con decisione. Chevron, ExxonMobil, ConocoPhillips, Royal Dutch Shell stanno tutte accelerando gli investimenti nello shale americano.

La Federal Reserve non ha ancora avuto la mano pesante: con la stretta di mercoledì, la terza dallo scorso dicembre, il tasso di riferimento è salito solo all’1%. Ma Janet Yellen sembra ben decisa a proseguire la rotta, nonostante la debolezza degli ultimi dati sull’inflazione. I tassi Usa potrebbero dunque salire al 2% già l’anno prossimo.

Schiacciati dagli interessi

Lo studio della Columbia University prende a riferimento il tasso interbancario Libor (quello a un mese in dollari oggi è intorno all’1,2%) e calcola che le società dello shale oil con rating spazzatura – ossia quasi tutte – potrebbero subire un aumento del 30% degli oneri sul debito «entro la fine del 2018» se, com’è possibile, il Libor salisse del 2% e nello stesso tempo le banche aumentassero dell’1,5% lo spread sul credito, spingendolo «in molti casi sopra il 4%», considerato l’alto rischio insolvenza di queste società.

L’aumento delle spese per interessi, che per i fracker rappresentano il 20-35% dei costi, cancellerebbe l’effetto di tutte le efficienze e i risparmi ottenuti nei giacimenti, che negli anni passati sono stati eccezionali. Se poi i tassi dovessero addirittura tornare ai livelli pre-recessione globale, ossia al 5% del 2007 , allora «il costo di produzione totale salirebbe a un livello insostenibile». A meno che il prezzo del petrolio non torni a correre, questo «spingerebbe molti produttori nordamericani fuori dal business».

Margini sotto pressione

A complicare ulteriormente la situazione ci sono altre tendenze in atto, di cui la ricerca della Columbia non si occupa, ma che potrebbero aggravare le sofferenze per le società dello shale oil, mettendone sotto pressione i margini. Molte di queste complicazioni sono peraltro proprio il frutto degli eccessi del settore negli ultimi mesi.

La crescita troppo impetuosa della produzione Usa è probabilmente il motivo principale per cui il Wti è crollato di nuovo sotto 45 dollari al barile, un livello che minaccia la redditività persino dei fracker più virtuosi e delle aree di shale più generose.

I costi di estrazione peraltro stanno risalendo, sia pure gradualmente. E in gran parte proprio per via del rapidissimo ritorno in funzione delle trivelle, più che raddoppiate rispetto a un anno fa: se le società di servizio sono ancora caute nelle politiche di prezzo, il noleggio degli impianti è già rincarato e ancora di più alcuni materiali, come la sabbia da fracking.

Tetto di produttività

Durante gli anni della crisi le compagnie petrolifere avevano aguzzato l’ingegno, adottando soluzioni tecniche innovative, che almeno in parte hanno abbassato i costi in modo strutturale. Ma forse non c’è più spazio per un ulteriore miglioramento dell’efficienza: nelle maggiori shale play la produttività, che era aumentata vertiginosamente dal 2014, dall’autunno scorso ha smesso di crescere e addirittura sta calando velocemente nel caso di Permian. Nel giacimento dei miracoli, da cui gli Usa estraggono ogni giorno 2,4 milioni di barili al giorno di greggio, quasi quanto il Kuwait, gli incrementi di produzione per ogni nuovo pozzo hanno cominciato a ridursi da agosto, secondo l’Eia.

Tutti questi fenomeni non sono sfuggiti agli investitori più attenti. Un’analisi Reuters ha accertato che otto grandi hedge funds nel primo trimestre hanno ridotto di oltre 400 milioni di dollari gli investimenti in società attive nel bacino di Permian.

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