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I T-Bond non credono nella ripresa economica

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I T-Bond non credono nella ripresa economica

Dal mercato dei bond statunitensi stanno arrivando dei segnali poco incoraggianti che potrebbero impattare sui rendimenti dei titoli sovrani europei, non certo sconnessi dalle dinamiche dei tassi Oltreoceano.

Ieri la Federal Reserve - come previsto - ha alzato nuovamente il costo del denaro di un quarto di punto percentuale, portando il tasso ufficiale di sconto in un range compreso tra 1 e 1,25%. Il rendimento del decennale Usa si attestava però al 2,2%, 40 punti base in meno rispetto ai livelli dello scorso marzo, quando la Fed operò un’altra stretta da 25 punti base.

Viene però da chiedersi come mai i tassi della parte lunga della curva del debito Usa anziché salire, in uno scenario in cui la banca centrale di riferimento sta attuando delle politiche monetarie restrittive, stanno diminuendo? E stanno diminuendo a tal punto che ieri il differenziale tra il rendimento dei titoli a 10 e 2 anni è scivolato a 83 punti base, 50 in meno rispetto a gennaio. È evidente che i mercati non si fidano della qualità dell’attuale ciclo economico statunitense. La parte breve della curva (2 anni) sale perché sconta le aspettative sui prossimi rialzi dei tassi (ieri la Fed ha annunciato un altro rialzo da qui a fine anno). Ma la parte lunga (dai 10 anni in poi) esprimendo rendimenti così schiacciati e non distanti dalla parte breve lancia un messaggio chiaro: gli investitori non credono che l’economia americana abbia le spalle tanto robuste da poter sostenere anche nel lungo periodo tassi di interesse più alti.

A questo segnale poco incoraggiante si aggiunge un secondo indicatore da “cigno nero”. La volatilità sul mercato dei titoli di Stato Usa è ai minimi da quattro anni. Il Bank of America Corp’s Move - un indicatore del livello di oscillazioni del prezzo delle opzioni sui Treasury - è scivolato ieri a 51,7 punti, la stessa soglia su cui viaggiava nel maggio 2013. Questa data che evoca cattivi ricordi nella stanze dei trader perché in quel mese (giorno 21) la Fed annunciò il “tapering”, ovvero l’intenzione di ridurre il piano di stimoli. Con il senno del poi si può affermare che quell’annuncio fu mal calibrato dal punto di vista semantico, dato che innescò violente vendite sui mercati obbligazionari mondiali in quello che gli analisti ricordano come “taper tantrum”.

Il fatto che la volatilità sia ora così bassa viene letto dagli analisti come un segnale di calma apparente. Un elemento di fragilità per un mercato dei bond che potrebbe manifestare segnali di inversione (con conseguente rialzo dei rendimenti) allo scoccare della prossima scintilla.

E la miccia potrebbe scattare dagli effetti del piano di riduzione del bilancio della Fed che dal 2009 al 2014 è esploso da 2.500 a 4.500 miliardi, in conseguenza degli acquisti di asset nella triplice ondata di quantitative easing azionata dalla Fed al culmine della propria politica espansiva. Da allora (ottobre 2014) la Fed ha interrotto il “Qe” ma ha continuato a reinvestire il controvalore dei titoli in scadenza e delle cedole maturate, mantenendo così invariato sul picco di 4.500 miliardi il valore degli asset in portafoglio, corrispondente al 25% del Pil Usa. Ora la banca centrale si appresta a ridurre il proprio bilancio. Lo ha confermato anche ieri, sottolineando che l’operazione di drenaggio partirà entro la fine dell’anno. Questa manovra è il terzo indicatore che porta a credere che nei prossimi mesi i tassi della parte lunga della curva Usa dovrebbero salire. Il punto è capire di quanto saliranno e a che velocità. In un recente studio la Fed ha stimato che l’intero programma di “Qe” abbia inciso per 100 punti base sulla riduzione dello yield del decennale americano: di conseguenza ci si aspetta che una riduzione del programma di acquisti e delle riserve in eccesso per circa 2mila miliardi – tornando alle dimensioni del bilancio della Fed pre-crisi - contribuisca ad un aumento dei rendimenti di circa 10 punti base all’anno per i prossimi 7-8 anni. Compito della Fed sarà far sì che l’aumento previsto avvenga in modo graduale e non violento. Un aspetto che interessa da vicino anche gli investitori europei dato che l’andamento dei Treasury condiziona anche il Bund tedesco (e a ruota dei titoli della periferia). In questo momento lo spread tra Usa e Germania è oltre 180 punti. Se i tassi Usa dovessero salire per i tre motivi suddetti, è ragionevole ipotizzare contestuali vendite sul Bund perché - stando al fattore premio al rischio - gli investitori non possono in ogni caso chiedere un rendimento troppo distante tra gli Usa e l’Europa.

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